Evangelizzare nello stile di Dio
Il primo passo? Perché la Parola torni
Di Bruno Maggioni
La recente nota pastorale dei vescovi italiani,
"Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia",
raccoglie spunti nuovi e meno nuovi, ma tutti importanti, concreti e, oserei
dire, conclusivi. Leggendola mi sono ulteriormente persuaso che non è la
chiarezza delle idee che manca, ma il coraggio di attuarle. Convinto più che
mai che non c'è tempo da perdere, mi permetto alcune sottolineature.
Una prima. Parliamo spesso, anche troppo, di nuova evangelizzazione,
dimenticando che occorre ancor prima un rinnovamento, senza il quale ogni
evangelizzazione nascerebbe già morta.
L'evangelizzazione nasce dall'ascolto: un ascolto
vivo, continuo, sempre ringiovanito, indispensabile perché l'annuncio conservi
intatta e visibile la propria freschezza, capace di suscitare stupore. Le cose
troppe volte sentite e meccanicamente annunciate non stupiscono più, anche se vere.
Un Vangelo divenuto "ovvio" rende scialba qualsiasi pretesa
missionaria e scialbo qualsiasi annuncio.
Una seconda sottolineatura. Per impostare una
qualsiasi pastorale è certo necessario analizzare i bisogni della propria
comunità, le sue carenze, le sue opportunità. Ma se questa analisi diventa
prioritaria, fatalmente rinchiude le scelte nei propri bisogni, deformando le
priorità evangeliche, ponendo la missione all'ultimo posto, se avanza spazio e
tempo. E "quelli di fuori" vengono sempre dopo. Lo sguardo pastorale
deve prioritariamente discendere dall'evento di Gesù Cristo. Solo così si
diventa capaci di imprimere a tutte le scelte pastorali uno stile visibilmente
evangelico, e dunque missionario, caratterizzato da universalità e gratuità. Si
progetta la pastorale partendo dall'evento di Gesù, non solo dai bisogni. Il
primato anche qui appartiene al Vangelo.
Al centro dell'annuncio non può essere che l'evento di Gesù. Ma questo pone
subito anche una questione di metodo: non anzitutto (o almeno soltanto) un
cammino dall'uomo a Gesù, ma da Gesù all'uomo. Se si parte dalle domande che
l'uomo già sente dentro di sé, si corre il rischio di arrivare a Gesù stretti
nelle proprie domande, incapaci di cogliere tutta la bellezza del Vangelo, che
non raramente esige che l'uomo corregga - o addirittura cambi - le proprie
domande. Se invece si parte dalla figura di Gesù e dalla sua proposta, allora
c'è la possibilità che l'incontro faccia sorgere domande più ampie, aprendo
orizzonti prima neppure avvertiti. È così che il Vangelo mostra la sua
universalità.
Una terza annotazione: evangelizzare nel mondo
cambiato (minoranza dei cristiani, pluralismo e indifferenza) significa trovare
il coraggio di resistere alla tentazione di una presenza aggressiva e polemica
o alla tentazione di una visibilità mondana, dimenticando che la potenza di Dio
si manifesta nella debolezza (2 Cr 12, 9). Anche se sgradita e certamente non
voluta, la minoranza può diventare una opportunità. E forse non va dimenticato
che la prima via dell'evangelizzazione è il contatto personale: una via povera,
che non abbisogna di troppi strumenti e tuttavia efficacissima. Una via non
facile, perché esige di ritrovare la gioia di sentirsi chiamati a "rendere
ragione della speranza che è in noi", in una testimonianza quotidiana e
capillare, attraverso relazione e gesti di vita nuova a livello personale,
familiare e comunitario.
Un'ultima sottolineatura. Fare missione significa
affermare il primato di Dio. Ma la signoria di Dio prende volto in una società
nella misura in cui questa assume tratti umani, a ogni livello, persino a
livello di rapporti economici. È solo quando traduce l'amore di Dio in
solidarietà tra gli uomini, a ogni livello, che il popolo di Dio diventa
veramente di Dio: un popolo, cioè, che ridisegna una convivenza in cui Dio può
mostrare il suo volto
Mondo e
Missione – Luglio/agosto 2004
Tratto
dallo speciale “O missionaria o non sarà”, in riferimento alle sfide per il
futuro delle nostre parrocchie