CONSIGLIO PRESBITERALE 03.02.2004
Desidero esprimere anzitutto una cordiale e convinta adesione alle prospettive e ai suggerimenti proposti dalla commissione per il dibattito. Dopo aver incontrato vescovi, sacerdoti, religiosi e laici in molte diocesi di Italia e nella nostra chiesa di Milano propongo volentieri alcune riflessioni sulla condizione e sul futuro della parrocchia anche a questo Consiglio Presbiterale. Ve ne presento cinque:
1. Parto da alcuni numeri: la nostra diocesi su 1100 parrocchie conta 342 parrocchie sotto i 2000 abitanti, di cui 265 sotto i 1500, 180 sotto i 1000 e 75 sotto i 500 abitanti. Più di un terzo delle parrocchie della diocesi sono relativamente piccole e a servizio dell’8% (circa) della popolazione. Il crudo linguaggio dei numeri non da però molte indicazioni pastorali. Chi conosce anche solo un po’ queste parrocchie sa che vi sono molti elementi che entrano in gioco: la storia locale, la distanza geografica, le risorse pastorali, le strutture materiali, l’identità dei paesi o delle frazioni che vedono nella chiesa e nel parroco l’ultimo baluardo per la cura della vita quotidiana delle persone. Esistono sostanzialmente due strade percorribili: la via francese che ha annunciato lo scorso ottobre la riduzione delle parrocchie da 34.595 a 17.550 (in 42 diocesi su 95 il riassetto è già avvenuto); la via (che potremmo chiamare) italiana che mette le parrocchie in rete, pensandole dentro un forte slancio di pastorale d’insieme. L’ascolto di molte situazioni mi ha convinto che bisogna evitare un’operazione di ingegneria ecclesiastica dove il problema più importante è accorpare le parrocchie. Se tutto questo passa sopra la vita della gente alla fine non riesce a motivare un sogno comune, a far decollare uno spirito e dei gesti di comunione, ma soprattutto lascia fuori le parrocchie più grandi dal corale ripensamento della parrocchia. Questa è la prima indicazione che voglio offrire: non solo le parrocchie piccole, ma tutte le parrocchie devono gradualmente acquisire la coscienza che è finita la parrocchia autonoma e ripiegata su di sé, dove tutte le parrocchie fanno tutto, ma questo non significa che la parrocchia non abbia un domani. La comunità cristiana ha un futuro se abiterà in modo diverso il territorio, se si metterà in rete con le altre parrocchie, soprattutto le vicine, se scoprirà che servire la vita quotidiana delle persone e rendere il cristianesimo “domestico”, ma non “addomesticato”, è la linfa più vitale della tradizione ambrosiana e della storia della parrocchia. È forte oggi la tentazione di pensare a un’immagine congregazionalista della chiesa, per piccoli gruppi elettivi e selettivi, soprattutto di fronte ai rapidi mutamenti e alla mobilità delle persone, ma tale visione lascerà sul campo molte persone, soprattutto i poveri e coloro che sono difficilmente raggiungibili.
2. Di qui la seconda riflessione: il compito più urgente è disegnare il volto missionario della parrocchia, come ci indica coraggiosamente l’Arcivescovo nel suo Percorso pastorale e come ha fortemente indicato la relazione di mons. Corti all’ultima assemblea CEI. Su questo punto occorre fermarsi a guardare il molto e forse il troppo che facciamo, con il dubbio che non sia ancora il meglio, o almeno il bene. Una parrocchia missionaria esige anzitutto due cose: la scelta coraggiosa di servire alla fede delle persone; e la condizione di rivedere il nostro agire pastorale con pazienza e tenacia perché sia sufficientemente sciolto per concentrarsi sulla scelta essenziale. Anzitutto, l’opzione fondamentale per il servizio alla fede della gente deve tener conto della forma con cui la fede oggi viene percepita: la forma postmoderna del bisogno di religione (o di religioso) apprezza la fede, e tutte le forme con cui si esprime, quando aiuta a dare unità alla vita frammentata e dispersa dell’esistenza odierna, mentre fatica ad aprirsi alle scelte stabili e stabilizzanti, a vivere la durata e la fedeltà, a superare il vissuto immediato, in una parola ad aprirsi alla forma vocazionale della vita. Il sacerdote conosce quanta fatica richiede far passare dalla fede che tocca alla fede che incontra, dalla domanda che invoca guarigione, serenità e fiducia alla forma di esistenza che arrischia l’avventura cristiana. Questo vale non solo per il servizio agli altri, ma prima ancora per la scelta di vocazionale, la vita della famiglia, l’onestà nella professione, la testimonianza nella società e nel mondo. La parrocchia missionaria deve evitare discorsi retorici e servire la vita concreta delle persone, soprattutto la crescita dei ragazzi e dei giovani e la difficile tenuta delle famiglie che vivono isolate nel loro appartamento. Questo cristianesimo umile e ospitale è la forma domestica con cui la parrocchia missionaria dice che il mistero santo di Dio ti tocca fin nelle fibre dell’esistenza. Questo comporta una seconda cosa: la condizione che si rilegga coraggiosamente il nostro agire pastorale perché si concentri su quest’unico compito che non è una cosa da fare, ma è come la luce e l’atmosfera con cui dobbiamo vivere tutti i nostri gesti pastorali. Non è un gesto per domani e dopodomani, ma ciò su cui bisogna lavorare lungamente per molto tempo, perché la riforma della parrocchia non sia un restauro di facciata, ma una trasformazione profonda. Da fare insieme con il senso del gioco di squadra e aprendosi a nuove figure.
3. La prima figura chiamata a una profonda trasformazione è il prete, e in particolare il parroco. Nel postconcilio l’agire pastorale è andato aggiungendo sempre cose nuove da fare, senza ripensare l’intero del servizio al vangelo. Spesso i sacerdoti sono affaticati da un superlavoro che toglie loro la pacatezza per sognare insieme il futuro e per guidare un po’ la situazione. Nell’anno 2000 – in diocesi di Milano – i sacerdoti sopra i settant’anni erano 565, nel 2005 questi avranno tutti oltrepassato i 75 anni e il saldo negativo sarà di 440 unità su 2200 sacerdoti. Ho detto altre volte che la diminuzione del clero è la spia del problema, che non ci deve mettere ansia, perché l’ansia è cattiva consigliera. La situazione però ci sollecita al ripensamento del ministero. Se è finita la parrocchia autonoma, è finito anche il tempo del parroco isolato, che pensa il suo ministero in modo solitario. Sembra un paradosso, proprio quando molti preti rimarranno da soli, essi dovranno pensarsi sempre di più dentro un presbiterio e dentro una sinfonia di ministeri e di operazioni: nella parrocchia, nel decanato e nella diocesi. Il parroco dovrà essere sempre meno l’uomo del fare e dell’intervento diretto e sempre più l’uomo della comunione. Se la teologia dice che il senso del ministero è la presidenza della comunione, il prete/parroco dovrà essere suscitatore di vocazioni, di ministeri e di carismi. La sua passione sarà far passare i carismi dalla collaborazione alla corresponsabilità, da figure che danno una mano a presenze che pensano insieme e camminano dentro un comune sogno pastorale. Occorre riscoprire l’immagine di un ministero sinfonico capace di tessere la trama dei servizi e delle missioni: perché domani non sarà possibile essere parrocchia missionaria da soli. Solo in tale quadro più ampio è urgente pensare i criteri di ridistribuzione del clero, immaginando una presenza sul territorio dove non si nomina il parroco, il vicario o il diacono solo per la parrocchia, ma con lo sguardo su un presbiterio almeno decanale.
4. Altre figure stanno nascendo e dovranno sorgere per rendere il volto missionario della parrocchia popolato di molte presenze. Una parrocchia non può essere missionaria con pochi ministeri e carismi, non solo per l’ovvia ragione che in pochi non si riesce ad essere attenti a situazioni tanto diverse e complesse (si pensi solo alle famiglie in difficoltà), ma perché solo la parrocchia-comunione può essere missionaria. Questa è la sfida più difficile per il futuro: la cura e la formazione del laicato. Abbiamo un punto di riferimento nel Convegno della Chiesa italiana del 2006 (Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo). Soprattutto credo che sia necessario fare oggi per scelta e per amore ciò che dovremo fare domani per forza e di necessità. Le persone più lungimiranti avvertono oggi l’urgenza di una formazione del laicato non solo per compiti ecclesiali, ma anche per una più vasta testimonianza nel mondo. A questo proposito indico due esigenze: la prima richiede una formazione ampia e disinteressata del laicato che non sia indirizzata subito a un incarico pastorale e/o missionario, ma alla crescita della qualità testimoniale della fede cristiana; la seconda esige di promuovere su questo sfondo anche una capacità di servizio ecclesiale, sia come volontariato diffuso e gratuito, sia come ministeri e missioni a tempo parziale o a tempo pieno. Bisogna dirlo con franchezza: non c’è ministero nella chiesa (spontaneo e riconosciuto che sia) che non debba alimentarsi ad un’intensa corrente di spiritualità e di gratuità. La chiesa di domani non ha bisogno di nuovi professionisti, ma di una vasta area di gratuità nella quale anche chi avrà un ministero a tempo pieno e retribuito potrà alimentarlo che a uno stile di vita evangelico. Senza gratuità non c’è ministero nella chiesa: anche chi lo fa a tempo pieno non può sottrarsi a questo stile! Così anche la formazione dovrà essere capace di coprire tutte le dimensioni necessarie per il sano esercizio di un ministero: formazione intellettuale, spirituale, pastorale, perché si cresca in un’autentica coscienza ecclesiale. Altre nazioni hanno privilegiato la dimensione intellettuale, creando professionisti della pastorale, più che servitori della chiesa. La chiesa italiana ha ancora un po’ di vantaggio temporale, ma ogni ritardo oggi ci vedrà rincorrere la situazione domani.
5. Tutte queste riflessioni, e molte altre che si potrebbero aggiungere, sarebbero vane se non si alimentassero ad un’ampia corrente di fiducia e a un corale slancio della chiesa italiana tutta e della diocesi di Milano in particolare. Il Percorso Pastorale Diocesano del nostro Cardinale e la riflessione della CEI ce lo ricordano con forza. Dice l’Arcivescovo: «la dinamica missionaria è, peraltro, una delle essenziali caratteristiche e dimensioni iscritte nella stessa immagine di parrocchia quale comunità che rende visibile la chiesa e la sua missione in un determinato territorio». Gli fa eco mons. Corti: «Il futuro della Chiesa ha bisogno della parrocchia. La Chiesa ha bisogno di un luogo che generi la fede nel quotidiano della vita della gente». Che la chiesa abbia bisogno della parrocchia significa che la parrocchia è il luogo che dice la possibilità dell’evangelo dentro le forme della vita quotidiana e dentro le infinite possibilità dei linguaggi umani. Naturalmente il cristianesimo conserva anche un indubitabile tratto escatologico, ma esso non può indicare le figure della speranza se non come la forma futuri della fede vissuta nel tempo. Un cristianesimo “domestico” diventa addomesticato se non rimanda a un oltre che non si esaurisce nella figura presente della fede. Ma la dimensione “escatologica” del cristianesimo diventa estraniante se non arrischia di prendere casa tra le dimore degli uomini. All’inizio di questo millennio abbiamo non solo il dovere, ma la gioia di consegnare alle generazioni future la forma cristiana che ci ha generati alla fede e alla vocazione, dentro l’interminabile schiera di testimoni che hanno esperimentato la ricchezza dell’esistenza cristiana nella vita quotidiana. E di lì sono partiti per dire il vangelo nel mondo.
Franco Giulio Brambilla