Custodire il mistero

 

La confidenza con la Sacra Scrittura

 

Per avviare la riflessione che ci condurrà a comprendere che cosa significa per il giovane rispondere al comando “Custodisci il mistero”, prendiamo come spunto la Lettera degli Efesini che fa ripetutamente riferimento al termine “mistero”.

Possiamo innanzitutto ricavare un’indicazione di metodo, sulla scia di quell’istruzione fondamentale che accompagna il ministero tra noi del nostro Arcivescovo, il quale ha restituito  alla Parola e alla Parola  biblica e il suo doveroso primato della vita della comunità credente. Il riconoscimento del ruolo privilegiato da assegnare alle Sacre Scritture e alle parole in essa contenute è espresso autorevolmente dal  Concilio  Vaticano II nella Dei Verbum, ed è noto fin dalle Lettere di Paolo dove leggiamo. “La scrittura è una cosa che hai appreso, Timoteo, fin dalla prima infanzia”. Quando verrà il giorno in cui tutti i credenti potranno dire di aver appreso “fin dalla prima infanzia” che la Scrittura è utile ad ogni cosa buona e a formare l’uomo di Dio? 

Lo spunto di metodo che ricaviamo dal primato della Parola è dunque questo: ogni volta che ci capita di aver a che fare con un testo della Scrittura, approfittiamone per contestualizzarlo, per appassionarci alla lettura dell’intero a cui quel testo appartiene.

È un brano della Lettera agli Efesini? Appassioniamoci all’idea di esplorare tutta la Lettera. È un testo di Isaia? Appassioniamoci all’idea di conoscere “l’intero” in cui è collocato.

Se si instaura questa abitudine ed essa diventa oggetto di comune passione e di comunicazione fraterna, in poco tempo la Bibbia diventerà oggetto delle nostra confidenza, ciò che non è ancora del tutto.

La Bibbia non si aspetta soltanto di essere venerata, rispettata e proclamata . Vuole essere l’oggetto della nostra confidenza, il buon libro che accompagna il nostro cammino.

Per entrare in tale confidenza, occorre certo un po’ di impegno, ma lo sforzo alla fine è ampiamente ripagato. La Parola è alla portata di tutti anche se ognuno le si avvicinerà con il proprio cammino più o meno impegnativo.

 

I tre nomi del mistero

 

La Lettera agli Efesini si richiama all’importanza del termine “mistero” in molti modi. Ne ho scelti tre. Uno ci può fare da introduzione: è lo spunto fondamentale dell’idea del mistero che qui è contenuta.

Gli altri due sono argomenti che vorrei affidare non soltanto alla riflessione di oggi ma anche ad una cura amorevole per il futuro.

 

Il mistero dei misteri

 

Il primo significato riguarda il mistero della volontà di Dio. Siamo al cap. 1 versetto 9: “egli l’ha abbondantemente riversata su di noi (la ricchezza della sua grazia) con ogni sapienza e intelligenza, poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose…”. Si parla qui del mistero della sua volontà, il mistero della sua “buona” volontà, della sua benevolenza, il mistero della sua tenerezza, il mistero del suo insondabile desiderio.

Ed ecco come ci introdurremo a questo tema per cercare di sconfiggere le cattive immagini della volontà di Dio, queste immagini decretali, giuridiche, amministrative. La volontà di Dio è un desiderio non afflitto da alcuna necessità che non sia questa: la libertà di interessarsi degli esseri umani e del loro mondo. Questa è la passione di Dio da sempre, questo è il mistero rivelato, questo è la Parola inaudita: che Dio desideri stabilire una relazione con noi.

Questo è il mistero dei misteri, quello della sua volontà, quello che appartiene alla sua interiorità, quello insondabile e per sondare il quale all’essere umano è concessa un’eternità.

 

Il mistero dell’unione dell’uomo e della donna

 

 

Il secondo luogo per la riflessione sul mistero è quello a tutti certamente noto del cap. 5. Al versetto 32 si trova un’espressione che io leggo contestualizzandola con qualche riga precedente: “Nessuno  mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la

Chiesa, poiché siamo membra per il suo corpo. Per questo l’uomo lascerà suo padre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande;lo dico in riferimento a  Cristo e alla Chiesa!”.

 

Il Mistero della Riconciliazione

 

Infine la terza parola è quella che riguarda il mistero della riconciliazione, della quale Paolo si proclama   ministro. “ Io vi dico, anche i Gentili, cioè tutti gli altri, quelli dai quali da lungo tempo siete divisi, traendone argomento per una sorta di separazione che dovrebbe avere valore anche agli occhi di Dio perché voi siete il suo popolo per lunga tradizione e gli altri pur vivendo accanto a voi sono altro, non popolo; ebbene, anche per loro è stato rivelato il mistero dei misteri, quello della tenerezza di Dio”.

“Per questo, io Paolo, prigionieri di Cristo per voi Gentili… penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro beneficio: come per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero di cui più sopra vi ho scritto brevemente, quello della ricapitolazione che noi abbiamo visto.  Dalla lettura di ciò che ho scritto potete ben capire la mia comprensione del mistero di Cristo. Questo mistero non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che i Gentili cioè sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo – ritorna la metafora di quell’unità massima, intimità massima che è simboleggiata dall’unione dell’uomo e della donna a formare lo stesso corpo, una cosa scandalosa per tradizioni religiose fondate sulla separazione -, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del vangelo, del quale sono divenuto ministgro per il dono della grazia di Dio a me concessa in virtù dell’efficacia della sua potenza. A me, che sono l’infimo fra tutti e santi, è stata concessa questa grazia di annunziare ai Gentili le imperscrutabili ricchezze di Cristo, e di far risplendere agli occhi di tutti qual è l’adempimento  del mistero nascosto da secoli nella mente di Dio, creatore dell’universo…”

Ecco, queste sono le figure del mistero sulle quali ho scelto di intrattenere brevemente la vostra riflessione.

 

Il sospetto sulla volontà di Dio

 

Soffermiamoci sul mistero dei misteri: la volontà di Dio, la rivelazione del segreto della sua mente.

La scena originaria della creazione, quale noi la conosciamo attraverso la testimonianza biblica, mette a tema l’intenzione di Dio , la relazione dell’uomo e della donna, la comunione tra gli esseri umani che il peccato interrompe.

Di quale peccato si tratta? Si tratta  dell’incredulità. L’incredulità genera divisione tra Adamo ed Eva, tra Caino e Abele, tra gli uomini che costruiscono la torre.

E di quale incredulità si tratta? È un’incredulità molto precisa, è l’incredulità di tutte le incredulità. Consiste in questo: il sospetto.

Così fece la sua comparsa il male sulla terra: nel sospetto che nella mente di Dio, nel segreto della sua intenzione, ci fosse la mortificazione del desiderio dell’uomo. Questo è il sospetto del serpente, questa è la tentazione accolta dall’uomo e dalla donna: Dio ci nasconde qualcosa. La sua intenzione, la sua mente la sua volontà sono ambigue. In esse non si trova soltanto il bene ma anche il male. È l’insinuazione del serpente:”Se mangerete dell’albero, voi conoscerete la differenza tra il bene e il male. Nel cuore dell’uomo e della donna si annida l’idea che la volontà di Dio sia un mistero ambiguo.

La storia del male inizia dal sospetto che l’intenzione e la mente di Dio siano ugualmente disponibili al bene e al male.

Non dobbiamo credere che questa tentazione di Adamo ed Eva odorasse di zolfo. Le tentazioni  che odorano di zolfo sono facilmente riconoscibili. Sono quelle che odorano di incenso le più difficili da riconoscere! Su questa ambiguità della volontà di Dio si è costituita la stessa coscienza religiosa dell’umanità. Essa l’ha “interiorizzata”, l’ha fatta diventare “il mistero”, l’ha fatta diventare il fondamento del proprio modo di pensare Dio; l’ha fatta diventare la base di ogni giustizia, l’oggetto di una speranza e di una promessa.

Di fronte a una coscienza religiosa nutrita da queste ambiguità, tutta la passione, tutto lo sforzo di Dio, tutta la storia di Dio con gli uomini si può dire intensamente, tenacemente ad ogni prezzo orientata al recupero della propria immagine autentica, del mistero autentico della propria volontà e della sua univocità.

Occorre sconfiggere l’ambiguità dell’immagine di Dio che si è insidiata nel cuore dell’uomo e che è diventata il cemento della sua esperienza religiosa, la radice più profonda del suo modo di intentere le cose per cui esse sono ambigue, la loro radice è ambigua e potrebbe venirne sia il bene che il male.

Il sospettare della volontà di Dio, immaginando l’ambiguità come principio della sua verità, della sua giustizia, di ciò che egli veramente è, sembra una forma di superiore giustizia e invece è la forma suprema dell’ingiustizia, è la figura stessa dell’incredulità, è il modo con cui prende forma il peccato.

Il sospetto si traduce nel temere ogni giorno che se non strisciamo davanti all’altare questa ambiguità diventerà manifesta e la rivelazione di Dio sarà proprio questa, quella che temevamo: che da Dio possa venire – nel segreto di un’intenzione che prima ignoravamo – anche il nostro male.

Insegnare agli uomini a considerarla “giustizia” e nutrire il nostro fratello di questa ambiguità tenendolo sospeso a questa minaccia è forse annunciale la buona parla, rivelare il mistero nascosto nei secoli?

No,dice Dio. No, dice Gesù. No, dice l’apostolo Paolo. E non di meno questa storia continua. Continua dentro la religione e fuori la religione. Dunque, custodire il mistero oggi vuol dire restituire la verità di Dio alla sua originaria univocità, restituire a Dio la dignità del suo desiderio non più inquinata dall’ambiguità con cui noi la pensiamo.

 

L’amore incondizionato

 

Ecco due immagini per pensare a questo sfondo che dovrebbe essere lungamente meditato perché innerva tutte le nostre immagini, tutte le nostre parole, tutti i nostri sentimenti (che da questo punto di vista vanno continuamente  purificati).

 

La gioia di fare l’uomo

 

La prima immagine si ricava dalla scena originaria della creazione che si conclude con l’annuncio al serpente:”I figli di questa donna ti schiacceranno il capo, perché tu hai introdotto nella generazione umana il veleno dell’ambiguità di Dio, il veleno del sospetto a proposito dell’insondabile segreto di dio”.

Ma prima ancora, c’è un’immagine sulla quale vorrei richiamare la vostra attenzione perché la trovo straordinariamente dimenticata, elusa. L’immagine è questa: quando Adamo ed Eva vollero andare a vedere il segreto di Dio che avevano allucinato, scoprirono soltanto l’eleganza con la quale Dio accoglieva l’esperienza vergognosa del loro sospetto e “si sentirono nudi”  perché il desiderio mortificato rende nudi, spogli, fa vergognare. E alla meglio – come dice il racconto simbolico – “si coprono con foglie di fico”. Cosa accadde nel momento in cui il Signore li dovette congedare perché imparassero a vivere nel mondo come devono vivere un uomo e una donna?

“Li chiamò presso di sé – dice la Scrittura – e insegnò loro a cucire dei vestiti”, eprchè non si va nel mondo e nella fatica della vita, pur essendo increduli come quest’uomo e questa donna sono, soltanto con delle fogli di fico. Bisogna imparare a cucirsi dei vestiti; e l’uomo e la donna non sanno come fare. Dio li chiamò a sé e insegnò loro a cucirsi dei vetiti. Diede loro delle istruzioni su quali fatiche il loro rapporto avrebbe dovuto affrontare per essere restituito alla gioia dalla quale era nato. La gioia di fare l’uomo. Perché  è questa la letizia che rimane all’uomo a dispetto di tutto, come segno della tenerezza di Dio. Gli viene lasciata questa facoltà: il suo desiderio continuerà ad essere capace di fare l’uomo. Il desiderio che unisce un uomo e una donna sarà capace di fare un uomo. E questo non è cancellato. Soltanto, Dio avverte: “non sarete  tanto bravi ad interpretare il vostro desiderio; anche di quello sospetterete. Uomo e donna, a vicenda vi sospetterete e su voi graverà l’ombra della stessa ambiguità che avete attribuito a Dio.

Sono istruzioni per vivere, per vivere la fatica di un desiderio mortificato dall’incredulità originaria, dal sospetto che nel mistero dal quale veniamo ci sia anche la fonte del male.

 

Senza fare crocifissi

 

La seconda immagine è quella della scena originaria della rivelazione di Gesù, che scandalizza tutti i suoi contemporanei. “Andate e dite a Giovanni: i zoppi camminano, i ciechi vedono, ai poveri è annunciata la buona novella”. Quelli che noi chiamiamo miracoli, più propriamente andrebbero interpretati come i gesti della liberazione da ogni male. È questo il regno che Dio vuole e questa è l’intenzione di Dio, il segreto della mente di Dio al quale convertire la nostra mente: il mistero della dedizione incondizionata. I gesti che egli compie sono tutti e soltanto gesti di liberazione dal male, da ogni male, da quello antico del serpente, dell’incredulità e del demonio a quello della malattia, della sofferenza, della prostrazione, della schiavitù e della disperazione.

Eppure, quando ci sarà da difendere con gesti (di male) che provocano sofferenza le opere buone generate dall’intenzione di Dio che si rivela in Gesù, qualcuno invocherà il nome di Dio. In nome di Dio persino i discepoli desidereranno prendere la spada per difendere le opere buone compiute. E Gesù lancerà la sua ultima sfida all’incredulità degli uomini. Se ci deve essere un crocifisso in nome di Dio, se può accadere che la mente umana concepisca che Dio voglia un crocifisso, quel crocifisso sarò io. Ma il Dio nel nome del quale voi lo impiantate sulla terra, sarà tutto vostro perché il mio non fa crocifissi; nemmeno quando ci sono da difendere le opere buone. Rimetti la spada nel fodero e riattacca l’orecchio. Il mio Dio non fa crocifissi; li fa solo quel Dio prodotto dall’ambiguità incredula  con la quale voi avete coltivato un’immagine che adesso non si riconosce nel gesto unilaterale della liberazione dal male; che adesso desidera, per difendere le proprie opere buone, di pagare ogni prezzo, fosse anche quello di infliggere il male e di riprodurre la prevaricazione, la schiavitù e la soppressione. Questo sia il vostro Dio, quello in nome del quale viene elevata la pubblica condanna e la pubblica eliminazione di Gesù. Sia il vostro, in modo che tutti gli uomini imparino quale Dio pianta delle croci sulla terra. Il vostro, giacchè il mio – è questo il segreto di quel “sia fatta la tua volontà” – piuttosto che crocifiggere qualcuno seppure nel nome del buon diritto di Dio, mi comanda di farmi crocifiggere.

 

Questo è il mistero dei misteri, questa è la tenacia dell’unilaterale desiderio di Dio, dell’unilaterale volontà di Dio, della sua dedizione incondizionata. Non lo puoi modificare nemmeno se lo ammazzi, non lo puoi cambiare di una virgola, non di uno idiota. Non lo puoi cambiare se strisci davanti al suo altare profumandolo di incenso, non lo puoi cambiare se paghi la decima, non lo puoi cambiare se obbedisci a  tutta la legge e pi gli chiedi di eliminare un essere umano soltanto perché non è come te. Tutte le tue preghiere non lo cambieranno, neppure tutte le tue maledizioni. La sua volontà è incondizionata, da sempre ed è soltanto questa. E quando tu hai peccato, egli ti fa dei vestiti.

 

Custodire il mistero

 

Il mistero dei misteri per essere custodito richiede grande purezza di cuore, richiede grande semplicità, richiede grande spogliazione di sé. Ma è anche una parola così originale rispetto a tutte le forme della coscienza religiosa che abitano l’interno e l’esterno del cristianesimo; è una parola così limpida, così univoca, così semplice, così micidiale al tempo stesso che non può non diventare oggetto del nostro stesso desiderio.

Custodire il mistero significa avere il coraggio di battersi per la causa di Dio, persuadendo gli uomini, anche con lacrime e sangue (proprie), che la sua intenzione, il segreto della sua mente, il mistero della sua volontà non è mai stato, non è e non sarà mai altro che questo: un’umanità buona e felice.

Niente in cielo, sulla terra, sotto terra potrà modificare di una virgola questa intenzione. Nessun avvertimento può essere interpretato come la smentita di questa intenzione.

Quando ciò accade noi ci aiutiamo ad aumentare la sofferenza e l’incredulità; facciamo felici alcuni di noi a prezzo della disperazione di tutti gli altri.

E chi sono questi “alcuni di noi”? Quelli che si sentono per il momento protetti nell’ambiguità di Dio perché si sono persuasi di occupare la sua “zona buona”, di essere nel luogo benedicente del mistero. Questo è il massimo della contraddizione del mistero. Paolo dice: Sono venuto a svelarvi l’ultima parte di questo mistero: che non è possibile questa divisione, che nessuno può occupare la “zona buona” del mistero di Dio lasciando gli altri nella “zona cattiva”, perché non c’è una zona cattiva del mistero di Dio e non è in base ad essa che si dividono gli uomini.

Custodire il carattere singolare, prezioso, inedito, anomalo di questa immagine di Dio, diffonderlo nel dettaglio della vita quotidiana contro ogni evidenza, questo è il lato difficile e tuttavia è la sfida esaltante di questo tempo in cui la lunga tradizione dell’ambiguità della mente di Dio non genera neppure più l’ateismo della protesta, ma genera l’indifferenza, che è anche peggio.

Giobbe aveva intuito questo e fu premiato – dice il libro- perché ebbe il coraggio di gridare in alto: “Viene fuori dalle nuvole, perché io so che tu non sei questo che  tira con l’arco su uomini indifesi approfittando dei loro oscuri sensi di colpa”.

Ma noi sappiamo nondimeno che siamo colpevoli; lo sappiamo nel momento stesso in cui interroghiamo la nostra esperienza religiosa. Già questo è il punto! Noi non siamo colpevoli soltanto fuori ma anche dentro di essa e tradiamo il mistero che ci è stato rivelato, invece di custodirlo, tutte le volte che alimentiamo in noi stessi, nel nostro atteggiamento, nella nostra parola, presso il nostro fratello, l’idea dell’ambiguità di Dio dalla quale guardarsi, dalla quale immunizzarsi, strisciando davanti all’altare e producendo una quantità di buone opere per vedere se, per caso, non può attenuarsi lo sguardo maligno che per ragioni supreme di “giustizia” potrebbe volere la nostra sofferenza, la nostra disperazione e forse la stessa nostra morte.

 

Custodire la buona relazione dell’uomo e della donna

 

C’è un “luogo” nel quale noi impariamo a custodire il mistero dei misteri, che accende la nostra vita, ed è la relazione tra l’uomo e la donna.

Nel nostro linguaggio e nel nostro senso comune  essa rappresenta l’immagine verso la quale è inesorabilmente attratto ogni discorso sul desiderio. È l’immagine alla quale in qualche modo tutte le figure del desiderio vengono ricondotte: la buona relazione dell’uomo e della donna, nella quale anche Dio si riconosce e non soltanto nella pagina agli Efesini. L’intera tradizione dell’Antico Testamento tocca i punti più decisivi della restituzione di Dio alla propria univoca immagine (il  mistero dei misteri della sua volontà, della sua scelta di desiderare l’uomo) proprio quando utilizza le immagini della relazione dell’uomo e della donna.

Dunque questa relazione nelle sue moltissime forme molto ci istruisce sul senso del mistero. Per questo sarà oggetto della nostra custodia.

Custodire come un bene, curare, sostenere, dedicarsi alla buona relazione dell’uomo e della donna, significa custodire il mistero giacchè questo è mistero grande in rapporto a Cristo e alla Chiesa.

Dalla relazione dell’uomo e della donna noi e la società che ci appartiene facciamo soprattutto un oggetto di istruzione, talora in modo pessimo e talora in modo buono.

Essa deve essere invece anche principio della nostra educazione. La relazione dell’uomo e della donna desiderata da Dio ci istruisce su ciò che è la vita dell’uomo. Da essa noi impariamo il mistero della tenerezza di Dio; impariamo che cosa significa desiderare di fare l’uomo, desiderare di crescerlo, desiderare che abbia la vita, desiderare che questo avvenga sullo sfondo e nel contesto di una comunione, di una solidarietà, di un’intimità che hanno di mira qualche cosa che non finisce.

Noi ci dobbiamo lasciare istruire, attraverso l’aiuto della parola di Dio, sul mistero che qui è contenuto e sulla forma che nella relazione dell’uomo e della donna prende per noi il mistero dei misteri..

Ora, io domando se ci lasciamo istruire abbastanza, se esploriamo  abbastanza questa relazione da questo punto di vista. Mi chiedo se non perdiamo più tempo del necessario a indagare, ad analizzare questo oggetto  e se invece non dovremmo dedicare  più tempo a fari istruire dalla parola di Dio sul modo in ci questo avvenimento e le sue molteplici forme ci istruiscono a proposito del misero dei misteri, che è quello della tenerezza di Dio e della sua dedizione incondizionata.

Cerchiamo di rispondere a questa domanda considerando la figura del desiderio che qui è massimamente simboleggiata.

La figura del desiderio umano è una figura certamente anomala. Esso non ha un’origine umanamente riconoscibile, viene sempre ridotte.

Il desiderio comporta un attaccamento alla vita presente;  senza di esso il desiderio non nasce, non scaturisce, non si accende, non si approfondisce, non esplora la vita. E tuttavia, per vivere, per produrre il proprio bene, il desiderio ha bisogno di un atteggiamento “sacrificale”, ha bisogno del nostro distacco, ha bisogno che noi non ci intestardiamo cocciutamente sull’attimo vissuto, che siamo disposti ad abbandonarlo, a superarlo, ad oltrepassarlo, ad aprirci a qualche cosa d’altro; ha bisogno che noi non ci chiudiamo mai sulla vita che in quel momento stiamo vivendo sulle relazioni che in quel momento abbiamo sperimentato, sulle cose buone che fino a quel momento abbiamo trovato. Il desiderio ha bisogno del nostro distacco, ha bisogno della nostra intelligenza, ha bisogno della nostra interpretazione, ha bisogno che noi lo decifriamo per impedirgli di spegnersi nell’attimo presente, per consentigli di crescere.

Dunque, attaccamento e distacco; Questa è la prima dialettica del desiderio. Senza il distacco il desiderio non vive non si apre a cose nuove, non penetra nel mistero, non esplora, non approfondisce, diventa meschino, quotidiano, banale, ripetitivo, ottuso. La relazione dell’uomo e della donna molto ci istruisce su questo aspetto, così come ogni relazione umana.

 

Il desiderio ha un’altra caratteristica anomala, fatta di dialettica e di tensione. Si tratta di questo:  il desiderio ha bisogno di sperare in un compimento.

Il desiderio dell’uomo di vivere, di stare bene, di essere felice, di realizzare cose buone, ha bisogno di avere un obiettivo, ha bisogno di immaginarsi il proprio compimento, ha bisogno di avere un destino, un senso, e questo senso è dato dall’immagine di un compimento:”Se avrò quello, sarò felice”.

Il desiderio, si potrebbe dire, ci appare come una propensione verso la vita che si immagina potersi esaurire nel proprio compimento. Eppure, un’esperienza che noi cuccioli d’uomo facciamo fin dalla prima infanzia è che l’oggetto realizzato nel nostro desiderio lo rimette in circolazione, lo rialimenta; là dove il nostro desiderio si spegne anche la nostra vita si spegne.

Noi siamo molto imbarazzati dal fatto che ogni oggetto e ogni persona alla quale avevamo assegnato il compito di realizzare il nostro desiderio, in realtà si mostra impari e mai all’altezza. Questo accade perché noi abbiamo bisogno di vivere desiderando,  perché noi abbiamo bisogno che il desiderio non si spenga, perché noi immaginiamo che il giorno in cui si spegnerà il nostro desiderio anche la nostra capacità di andare oltre si spegnerà e noi saremo morti. Solo il cadavere, la statua di marmo, raggiunge il proprio obiettivo attraverso l’estinzione del desiderio.

Desiderare invece, è il nostro modo di vivere. Noi abbiano bisogno che l’esperienza della realtà si riaccenda di nuovi sensi, di nuove prospettive, di nuove possibilità di relazione, di nuove ricchezze.

Ecco l’altra dialettica, che sondata alla luce del desiderio di Dio che così ci ha fatti, ci fa capire che in realtà noi non abbiamo desiderio di meno che di questo: di una vita eterna. Nessun essere umano in realtà desidera mai, in nessun istante della sua vita, meno di questo: una vita eterna, dove il desiderio non si spegne mai ed è protetto dalle proprie mortificazioni, vive nella pace, vive nella riconciliazione; non accende più conflitti, li sana, non crea più divisioni, come noi ne creiamo attraverso il nostro desiderio, ma le compone; non produce sofferenza ma la toglie; non genera angoscia e disperazione, ma piuttosto alimenta di un’intensità, di una ricchezza, di una propulsività la via dell’uomo quale egli non avrebbe mai immaginato.

Non meno di una vita eterna ci basterà per esplorare le infinite risorse del desiderio di vivere, acceso da Dio nel cuore dell’uomo. E Dio lo sa. E Gesù lo sa. E nel momento stesso in cui si confronta con il bisogno anche più elementare dell’uomo, senza mediazioni, senza compromessi, senza discriminazioni, senza pregiudizi lo restituisce alla libertà di desiderare non meno che una vita eterna.

“E come, anch’io lebbroso, anch’io malato che sto finendo, anch’io moribondo, anch’io samaritana, anch’io peccatore, anch’io ladro, anch’io pubblicano?”.

“Si, anche tu! Non hai bisogno meno che di questo: e questo desiderio è destinato a non spegnersi mai. E tu l’ha mortificato. E i tuoi simili l’hanno mortificato. E io invece voglio che sia riacceso. Io voglio che nessuno di voi, compreso il più piccolo essere umano, quello che voi considerate stupito e che no capisce, io voglio che nessuno di voi possa sentire meno che questo. Anch’io desidero una vita eterna e anche per me questo desiderio si accende e anche per me questa speranza è reale e anch’io non mi accontenterò di meno e chi ha qualcosa da dire si faccia avanti, il Signore Dio mi difenderà, Gesù Signore mi difenderà”.

Chi ha intenzione di mortificare questo desiderio si faccia avanti, il Signore Dio sarà il mio avvocato perché da lui ho imparato che il nostro peccato è che noi mortifichiamo il desiderio di vita eterna, lo facciamo morire letteralmente, avvilendolo, facendolo diventare routine, ricolmandolo di beni modesti e trascurando il nostro fratello, quello in cui il desiderio è già da tempo mortificato, è già da tempo rassegnato alla sua estinzione, è già da tempo convinto di non avere nessun’altra prospettiva se non questa: riuscire ad avere un pezzo di pane anche per domani o qualsiasi altra cosa che gli assomigli.

In nome di Dio noi restituiamo il desideri alla sua trasparenza, alla sua limpidezza ed esploriamo il segreto di queste nuove tensioni alla luce del desiderio di Dio che vuole che noi impariamo che questo desiderio fu acceso nel cuore degli uomini e delle donne della sua stessa mente.

 

Ecco cosa ci insegna la figura della relazione dell’uomo e della donna fatta diventare il luogo dal quale fin da bambini, come figli dell’uomo e come figli di Dio, noi apprendiamo cose buone su ciò che realmente desideriamo. Allora si giustifica nella condizione presente ogni cura prestata alla bontà, alla profondità di questa relazione; anche quella di chi fosse disposto per amore del Signore e della sua Chiesa a dedicarsi a questa cura nel modo coi cui ci si dedica tenendo in serbo tutte le risorse che in essa potrebbero essere investite personalmente a favore e per amore di coloro che personalmente le investono.

E anche questa vocazione nella Chiesa deve essere restituita al suo luogo originario. È per amore dell’uomo e della donna, come mistero nel quale è custodito il mistero dell’amore di Dio, che si può essere autorizzati anche a questo, perché questa è una strada che ha bisogno di ogni aiuto. Dunque non come negazione, mai semplicemente come alternativa, scelta povera, ma per amore della custodia del mistero che in quella relazione è contenuto e del bene che essa può esprimere a dispetto delle fatiche che presenta nella Chiesa e nella società degli uomini come strumento attraverso il quale ciascuno può essere restituito e riacceso  all’infinitezza originaria del proprio desiderio.

Noi abbiamo il compito di rilanciare questa parola d’ordine: nessuno di noi desidera meno che una vita eterna.

Come mai è diventata un sogno per la maggior parte degli uomini:”troppo bello per essere vero!”? Non sarà che invece di custodire il mistero noi abbiamo tradito la sua origine, mortificando il desiderio invece di accenderlo alla Sua luce? Non sarà che abbiamo fatto gravare su questa mortificazione la ripresa della originaria ambiguità delle intenzioni di Dio e abbiamo insegnato a considerare la morte e la sofferenza e la disperazione e la sfortuna come segni della superiore e insondabile giustizia di Dio?

Così molti uomini si sono rassegnati all’idea di non aver avuto da Dio se non un destino limitato e sfuggevole, per il quale certo non vale la pena di impegnare alcunchè.

 

La fede testimoniale: custodire il mistero

 

L’ultimo modo di custodire il mistero è quello che è affidato alla fede dei testimoni, a quello che io amo chiamare la fede testimoniale che fa la Chiesa. La fede che salva è quella della parola:”Vai, la tua fede ti ha salvata!” Che cosa è successo? È guarita un’emorragia. La donna è restituita alla propria dignità e questo è potuto venire perché si è abbandonata, contro ogni evidenza, contro ogni parola di coloro che la circondano, a credere anche solo per un attimo che quell’emorragia non è una benedizione di Dio e non va custodita come un sacramento e si è arresa all’idea che la benedizione di Dio sia un’altra e che gli possa essere chiesta al momento, che ci si possa fidare di Dio, che si possa prendere confidenza con l’originaria intenzione di Dio smentendo tutto quello che dicono intorno. Questa è l’unica fede che salva.

Ma il segreto della volontà di Dio è questo: che egli si dedica senza condizioni alla vita dell’uomo.

Questa sola sfida basta per essere salva, questa sola fede salva. E Gesù dice:”Vai, la tua fede ti ha salvata!”. La fede testimoniale dei discepoli che cosa è se non il lungo itinerario di apprendimento a custodire la grandezza di questa verità:”la tua fede ti ha salvato”?

Deve forse venire fra i discepoli, deve forse assumersi l’onere della testimonianza, deve forse seguirci e diventare  come noi? No. Qualcuno Gesù lo rimandò anche a casa, per paura che l’esperienza di essere restituito alla speranza e alla fiducia di un’immagine di Dio autentica potesse diventare il sottile motivo di un ricatto morale e spirituale. “Vorrei seguirti, Signore”. “Vai a casa. Va bene così”.

Ma al discepolo è chiesto di essere testimone proprio di questo. E non è semplice e non è facile testimoniare questo nella forma di una stabile fraternità che lo renda possibile, che lo renda evidente, che mostri che questo passaggio di Dio  non è una folata casuale sulla quale forse ci siamo sbagliati. È qualcosa che si impianta come il seme nella terra e produce il proprio frutto; esso è a disposizione.  Questo è il compito che ci è stato affidato: custodire il mistero di Dio nella forma della fraternità cristiana, nella forma della fraternità ecclesiastica.

“Fraternità ecclesiastica” sono due parole che pronunciate insieme ci procurano un lieve senso di disagio. Come accade che “fraternità” ed “ecclesialità”, insieme, producano un senso di disagio? E c’è qualcuno che ha intenzione di fare qualcosa per questo oppure ci dobbiamo godere questa tensione fino alla fine dei giorni? C’è qualcuno che è disposto a spendere qualcosa per questo, perché “ecclesiastico” non significhi più il contrario, nella esperienza comune di “fraternità”, o ci dobbiamo accontentare? Ci  facciamo una chiesa un po’ più bellina, un po’ più in là, dove ci sono meno cose nere?

Ma il punto è: in che modo la fede testimoniale custodisce questo mistero, in che modo oggi può essere lanciata una sfida che restituisca la fede testimoniale, cioè la nostra fede, la fede dei discepoli, la fede ecclesiastica, alla sua originaria trasparenza? Io dico in questo modo: la “restituzione” sarà possibile se noi ritroveremo il coraggio di far diventare evento sacramentale, mistero, la nostra confessione di non essere all’altezza né dell’originaria volontà di Dio, il mistero dei misteri, né del mistero del desiderio e della vita umana che Dio ha racchiuso nella relazione dell’uomo e della donna. Se questo diventerà il modo con il quale custodiamo il mistero al quale tutta la nostra vita deve  desiderare di rendere testimonianza ma del quale noi credenti per primi dobbiamo confessare di non essere all’altezza.

Guardiamo a come sono fatte le scritture evangeliche, le forme della custodia del mistero. Quando esse sono scritte e messe in circolazione, Pietro, Paolo, Giovanni e molti altri sono qualcuno. Potrebbero tenere nascoste le difficoltà che hanno accompagnato il loro discepolato, l’apprendistato della loro sequela. E invece circolano per tutta la Chiesa e per tutto il mondo le testimonianze che dicono:”Abbiamo visto Dio, aveva la forma del gesto incondizionato della liberazione dal male e noi non siamo questo. Siamo testimoni, non siamo questo”.

Ecco una proposta: ci sarebbe l’evento sacramentale di questa confessione della fede che impegna tutti i credenti, tutti quanti senza eccezione, a confessare pubblicamente di non essere stati o di non essere all’altezza del mistero che devono custodire per la vita dell’uomo. Ci sarebbe, e si chiama sacramento della penitenza, della riconciliazione, della confessione. Possiamo raccogliere questa sfida, aprirci a questo avvenimento così decisivo per la forma della testimonianza e per la fraternità ecclesiastica, se lo circondiamo dell’esperienza di quella correzione fraterna, di quella relazione di reciproco sostegno nella quale abbiamo già deciso che non siamo all’altezza. Nessuno si scandalizzi, ma abbiamo bisogno di stabilire una relazione su questa base proprio del “non essere all’altezza”, non nel momento dell’euforia ma nel momento del nostro non essere all’altezza nel quale tutti ci possiamo riconoscere. Ridare centralità a questo avvenimento, ridargli il proprio ruolo originario di forma della Chiesa, di forma quotidiana dell’esperienza della relazione fraterna.

E ciò ci restituirebbe anche alla gioia di una vera relazione fraterna, che adesso è mortificata tutte le volte che qualche incidente intoppa i nostri incontri del giovedì e in quel momento ricominciamo con questa lagna sull’amicizia, sul rapporto, che ci vogliamo bene, in realtà abbiamo una fede in comune…

Io devo essere sicuro guardandoti negli occhi che né il mio né il tuo peccato ci impedirà di aiutarci e di restituirci alla fraternità che rende fedele il nostro discepolato.

Potremmo così liberarci dall’ossessione di essere dei piccoli Gesù Cristo, da quell’ossessione che ci fa immaginare Cristo come il grande ectoplasma che ha le nostre mani, la nostra voce, le nostre orecchie;  se no come fa, povero Figlio!

Ha le sue, sono tante, benedette: due e gli bastano.

Noi non siamo all’altezza! Diciamolo all’angolo delle piazze, diciamolo sui tetti, diciamolo nelle riunioni, diciamolo tutte le volte: diamo la buona testimonianza che è questa: il mistero dei misteri è che ciascuno di noi, grazie a Dio, può desiderare una vita non meno che eterna.

 

 

Don Pierangelo Sequeri