Il Papa di ieri. Quello di domani.

LA CHIESA DI DOMANI

Ecumenica e più sinodale

di Enzo Bianchi

Benedetto XVI si troverà a fare i conti con una serie di sfide che assediano la Chiesa. Alcune sono nuove, altre risalgono al Concilio, in parte non ancora attuato.


Quando si vive un conclave per l’elezione di un nuovo Papa, i cattolici pregano affinché lo Spirito Santo ispiri i cardinali nel discernimento e nella scelta di un successore di Pietro che risponda ai bisogni della Chiesa e dell’annuncio del Vangelo eterno nella storia degli uomini. In realtà il problema non è tanto che lo Spirito discenda e ispiri – la sua presenza, infatti, non si allontana mai dalla Chiesa – quanto piuttosto che ci sia da parte dei cardinali ascolto e non resistenza alle ispirazioni. Come infatti ci insegna la lunga storia del papato, nulla garantisce che gli elettori sappiano essere obbedienti al servizio del regno di Dio.

Ora, dopo la morte di Giovanni Paolo II, abbiamo assistito alla domanda ricorrente se potesse mai esserci un Papa in grado di assumerne l’eredità con pari capacità. Era un interrogativo che, come sempre è accaduto, finisce per evaporare con il passare dei mesi perché i cattolici imparano sempre ad accettare il nuovo Papa, anche qualora questi conoscesse opposizioni o critiche all’interno della Chiesa. Del resto, ogni Papa deve essere se stesso, non ci può essere imitazione di quello precedente, come mostrano anche i Papi del secolo scorso, così diversi tra loro eppure con una continuità di magistero mai venuta meno.

Papa Ratzinger, il 20 aprile, giorno dopo la sua elezione, saluta alcuni bambini in piazza della Città Leonina, dove risiedeva da cardinale.
Papa Ratzinger, il 20 aprile, giorno dopo la sua elezione,
saluta alcuni bambini in piazza della Città Leonina,
dove risiedeva da cardinale (foto AP/Osservatore Romano).

Il nuovo Papa si troverà ad affrontare problematiche di diversa origine e spessore storico: avrà di fronte sfide che assediano da sempre la Chiesa, sfide emerse in tempi più recenti e affrontate dal Vaticano II e sfide solo apparentemente nuove, profilatesi all’inizio del terzo millennio cristiano. Nella Chiesa cattolica – ma anche nelle altre Chiese, e questa sì è una novità – va infatti riconosciuto che le attese più recenti sono in gran parte ancora riconducibili a quelle generate dall’evento del Concilio. A quarant’anni dalla sua chiusura – nel dicembre 1965 – quell’evento voluto da Giovanni XXIII come aggiornamento e riforma della Chiesa attende ancora di essere realizzato adeguatamente.

Nel testamento di Giovanni Paolo II – un testo composto di brevi annotazioni successive, quasi appunti – emerge con forza la sua gratitudine allo Spirito Santo «per il grande dono del Concilio», un Concilio da lui più volte definito «la grande grazia del XX secolo», la «bussola» per la Chiesa del terzo millennio. E, proprio nel "lascito" testamentario, Giovanni Paolo II affida l’eredità del Concilio «a quanti sono e saranno in futuro chiamati a realizzarlo».

Sono convinto, anche in virtù di queste parole del testamento, che il nuovo Papa avrà come compito prioritario di proseguire nella realizzazione delle intenzioni e dell’evento conciliare. Pare soprattutto necessario togliere ogni dubbio circa la sua autorevolezza: non si può infatti nascondere che ci sono stati e ci possono ancora essere tentativi di ridurre la portata del Vaticano II attraverso un’ermeneutica ristrettiva che di fatto rallenta il rinnovamento della Chiesa. Prima di pensare a un eventuale Vaticano III, occorre portare a compimento le istanze del Vaticano II, altrimenti rischieremmo di trovarci di fronte a un evento i cui partecipanti e protagonisti, i vescovi, non avrebbero basi sufficientemente consolidate per un lungimirante sguardo sul futuro.

Ma quali sono, allora, le istanze che attendono il nuovo Papa, istanze suggerite non dall’uno o dall’altro, ma dalla dinamica globale del Vaticano II? Innanzitutto il Papa dovrà avere un accentuato, profondo sensus ecclesiae, un vero senso della Chiesa perché nel prossimo futuro la Chiesa abbisogna di compaginazione e di comunione in tutte le sue componenti. «Senso della Chiesa» significa tener presente l’ordo oggettivo richiamato dall’ecclesiologia conciliare che fa della Chiesa una comunione di Chiese locali presiedute dai vescovi e, di conseguenza, significa conferire riconoscimento alle Chiese particolari in una logica di comunione plurale e in una sinfonia di carismi diversi e peculiari.

La syn-odalità, cioè il «fare cammino insieme» da parte di tutti i ministeri e le componenti ecclesiali deve diventare forma esistenziale della Chiesa: non ci può essere vera spiritualità di comunione a tutti i livelli se non si assume il compito del «camminare insieme», ciascuno nel grado di fede e di responsabilità ecclesiale in cui l’ha voluto il Signore. La grazia dei movimenti e delle "nuove comunità" manifestatasi negli ultimi decenni richiede di essere compaginata nella Chiesa locale, in modo che non si creino Chiese parallele autoreferenziali più facilmente esposte alla tentazione del settarismo e della concorrenza con altri servizi e doni ecclesiali.

Bimbo cubano con l'effige di Giovanni Paolo II a Camaguey, il 23 gennaio 1998.
Bimbo cubano con l’effige di Giovanni Paolo II a Camaguey,
 il 23 gennaio 1998 (foto Periodici San Paolo/G. Giuliani).

Sì, occorre un grande sensus ecclesiae che non tema la logica della koinonia, della comunione, con tutte le fatiche e i rischi che si presentano nel tentare di realizzarla e di viverla. Se si instrada con convinzione tutta la Chiesa su questo cammino, allora si riuscirà anche a trovare efficaci strumenti e strutture di comunione, si potrà pensare, per esempio, a come rinnovare il modo di vivere il Sinodo dei vescovi, o ancora a come creare uno stabile organo di comunione che possa esprimere la comunione delle Chiese locali e del collegio episcopale avendo in medio il successore di Pietro. Così sarà ancor più esaltato il primato del vescovo di Roma e il collegio episcopale – che con a capo il Papa è soggetto della piena potestà su tutta la Chiesa – potrà con più efficacia svolgere il proprio mandato di testimonianza e di compaginazione della Chiesa nell’unità e nella carità.

In quest’ottica, come dimenticare l’invito fatto da Giovanni Paolo II nell’enciclica Ut unum sint a una meditazione condivisa in vista di una riforma del modo di esercizio del ministero petrino? Quella richiesta per ora non sembra aver destato un vero e proprio confronto, né aver generato contributi e risposte significative dagli interlocutori cui era indirizzata; ma se anche le altre Chiese cristiane evadessero la domanda, è compito di chi è investito del primato fare di tutto affinché il servizio di comunione appaia come un ministero sempre più evangelico e capace di rispondere alle attese anche dei cristiani appartenenti ad altre Chiese.

Credo si situi qui anche il vero nodo «ecumenico»: se non verrà sciolto, si potrà sì avere collaborazione tra le Chiese su temi riguardanti il servizio da rendere all’uomo, ma non vi sarà possibilità alcuna di comunione visibile. Lo stesso Giovanni Paolo II, sulle orme di Paolo VI, si diceva consapevole del fatto che la modalità dell’esercizio del primato petrino continua a essere il più grande impedimento per un autentico cammino verso l’unità visibile dei cristiani.

Occorre che il nuovo Papa, e la Chiesa con lui, siano consapevoli di una novità manifestatasi con Giovanni XXIII e via via accentuatasi: oggi molti cristiani non cattolici, appartenenti alle Chiese ortodosse e della Riforma, guardano al vescovo di Roma, al Papa, come a una presenza e a un servizio che interessa anche loro, un ministero dal quale attendono gesti di comunione e la capacità di esprimere con la sua voce le voci delle diverse Chiese e comunità ecclesiali. Questo richiede che il Papa svolga un ministero che sappia richiamare le Chiese a non camminare senza tener conto delle altre, che sappia spingerle verso una sinfonia di doni e di servizi in modo da essere anche nei fatti Chiese sorelle. Il mondo, i non cristiani, patiscono ancora lo scandalo della divisione delle Chiese e trovano difficoltà nel credere a un Vangelo predicato in condizioni di divisione, di opposizione, di concorrenza.

Ed è proprio in risposta a questa istanza che occorre giungere a una «purificazione»: non si tratta di essere «profeti di sventura» o aprioristicamente critici, ma resta vero che occorre da parte di tutti i battezzati e le componenti ecclesiali maggiore conformità tra quanto si professa con la parola e ciò che si vive concretamente, pur accettando la permanente inadeguatezza di ciascuno nella piena realizzazione del Vangelo. Le dure parole sulla situazione della Chiesa usate dal cardinale Ratzinger nella Via Crucis del Venerdì santo vanno meditate e assunte come un’urgenza, senza per questo dimenticare la misericordia, atteggiamento ecclesiale essenziale e «ultimo» ogni qual volta la legge è infranta.

Un artista colombiano completa la sua scultura di sabbia raffigurante Papa Wojtyla, sulla spiaggia di Cartagena il 5 aprile 2005.
Un artista colombiano completa la sua scultura di sabbia
raffigurante Papa Wojtyla, sulla spiaggia di Cartagena
il 5 aprile 2005 (foto Reuters/F. Builles).

L’autorevolezza del messaggio cristiano non deriva da una dilatazione facile e frettolosa, solo verbale, dell’annuncio cristiano, dell’evangelizzazione, bensì dal mostrare coerenza tra la vita e il Vangelo, tramite la testimonianza offerta agli altri con una vita differente: la differenza cristiana deve risplendere come luce «davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,16).

Un’altra istanza che appare sempre più urgente è il far progredire la riforma liturgica. Ci sono ormai quarant’anni di cammino compiuto dalle Chiese in questo ambito cruciale per la fede – si ricordi l’adagio patristico: lex orandi, lex credendi – e la situazione attuale appare bisognosa di una rinnovata dinamica, abitata anche dal coraggio di apportare correzioni e modifiche al cammino non sempre lineare già percorso. Questa rivisitazione potrebbe consentire una maggiore inculturazione, soprattutto nelle Chiese non di tradizione latina, e darebbe alle comunità cristiane l’occasione di una maggiore consapevolezza della liturgia come epifania della Chiesa e luogo per eccellenza in cui la Chiesa è generata, cresce ed è confermata in tutto il suo operare nella storia e tra gli uomini.

Filippini pregano per Papa Wojtyla la sera del 7 aprile 2005, cinque giorni dopo la sua morte.
Filippini pregano per Papa Wojtyla la sera del 7 aprile 2005,
cinque giorni dopo la sua morte (foto AP/A. Favila).

È dal modo in cui si vive la liturgia che si forma la mentalità e si modella la spiritualità, perché la liturgia è lo spazio in cui si vivono e vengono significati i rapporti di comunione dei cristiani tra loro, dei cristiani con i ministri e di tutti con lo stesso Signore! È soprattutto nella liturgia che i cristiani di oggi, minoranza in un mondo secolarizzato, celebrano la loro fede, vivono la loro comunione e ricevono il messaggio evangelico, plasmando una fede adulta e pensata.

Nei decenni passati la preoccupazione di molte comunità cristiane si è riversata soprattutto nel servizio agli uomini, in particolare agli ultimi – ed è una grazia che così sia accaduto e continui ad accadere anche a prezzo di grandi sacrifici e sofferenze – ma occorre anche porre l’attenzione sulla fonte di ogni diakonia cristiana, sulla sorgente che alimenta il senso dell’agire dei cristiani nella storia. Liturgia, koinonia e diakonia sono tra loro legate in un delicatissimo equilibrio, dal quale dipende in primo luogo il servizio che la Chiesa è chiamata a svolgere come segno del regno di Dio.

Una tematica che potrebbe apparire meno centrale ma che in realtà è anch’essa vitale per la Chiesa nei prossimi decenni è l’attenzione alla vita religiosa e alla vita monastica. A nessuno sfugge come sia proprio la vita religiosa quella che maggiormente risente del mutamento epocale che ha investito la Chiesa: la crisi delle vocazioni, l’invecchiamento dei membri e la difficoltà di una sua lettura teologica e di collocazione nella Chiesa l’hanno resa debole e poco eloquente. È emblematico che questo sia il primo Conclave senza un solo cardinale monaco.

Il rito funebre di Giovanni Paolo II, in piazza San Pietro l'8 aprile 2005.
Il rito funebre di Giovanni Paolo II,
in piazza San Pietro l’8 aprile 2005 (foto AP/L. Bruno).

Occorre dunque che alla vita religiosa si presti attenzione: la sua perdita, o una sua presenza non più significativa, di fatto muterebbe il volto della Chiesa cattolica, impoverendola. Mentre nelle Chiese ortodosse si rivela sempre più viva e determinante per la vitalità spirituale dell’insieme della Chiesa, sovente nella Chiesa cattolica la vita religiosa pare trascurata, quasi confinata tra i tesori del passato, come suppellettile preziosa ma da antiquariato.

Ancora, va ribadita la necessità dell’attenzione ai poveri e alle esigenze della pace, strettamente connessa con il servizio che la Chiesa fa a chi nella storia è vittima del potere, del denaro, dell’oppressione, della violenza, dell’ingiustizia. Molti uomini hanno sentito in Giovanni Paolo II un "avvocato dei poveri", munito di audacia nel denunciare le ingiustizie e nel dare voce a chi non ha voce, alle vittime dei soprusi dell’idolatria del mercato, della mancanza di medicinali, delle carestie, della fame endemica, del proprio essere preda – senza possibilità alcuna di scelta – di guerre combattute per loro tramite dai grandi poteri. In verità, la Chiesa pare ormai rimasta sola in questa difesa dei diritti degli ultimi, ma non per questo deve arrendersi: la sua voce è autenticamente profetica proprio quando parla a nome di Dio e interviene per gli uomini più esposti e indifesi.

Fedeli messicani attendono di vedere Giovanni Paolo II durante il suo viaggio in America latina (gennaio 1979).
Fedeli messicani attendono di vedere Giovanni Paolo II durante il suo viaggio in America latina (gennaio 1979 - foto Periodici San Paolo/G. Giuliani).

Papa Wojtyla, come più volte ho avuto occasione di ricordare, ha impedito lo scontro di civiltà in due modi: innanzitutto con il suo magistero di pace, espresso con forza in occasione delle due guerre in Iraq, ma anche attraverso l’instancabile grido in favore dei poveri e di quanti vedono i loro diritti misconosciuti e offesi dalla violenza e dal dominio.

Questo è un crinale delicatissimo per la Chiesa, che si trova a doversi confrontare con le altre religioni, in primis l’islam, sempre più presenti nelle terre di antica cristianità: lo scontro tra Paesi islamici e l’Occidente, così come l’emergere dell’India e della Cina richiederanno sempre più alla Chiesa non solo di non cedere a tentazioni di contrapposizioni o guerre in nome di Dio, ma di sapersi distinguere dall’Occidente ricco ed egemone politicamente e militarmente.

Suore Missionarie della Carità, a Calcutta, seguono in tv i funerali di Karol Wojtyla.
Suore Missionarie della Carità, a Calcutta, seguono in tv
i funerali di Karol Wojtyla (foto Reuters/J. Shaw).

Infine, non va taciuto un tema che appare bruciante, quello dell’etica cristiana, soprattutto della questione antropologica e della morale sessuale: con le complesse implicanze della bioetica, esse costituiscono, soprattutto in Occidente, le frontiere forse più calde. In queste materie la Chiesa non può assolutamente mutare il proprio indirizzo coerente con tutta la tradizione e con il Vangelo. L’ethos cristiano è esigente ed è espresso nelle parole di Gesù e degli apostoli in modo tale da non lasciare molto spazio a interpretazioni di assoluta novità, ma la Chiesa deve saper coniugare questa esigente obbedienza al suo Signore con la sua vocazione a essere in ogni circostanza ministra di misericordia.

Nessun fondamentalismo morale, ma una proclamazione della verità che sia capace di far risplendere la grandezza e la dignità dell’essere umano nella sua fragilità, nella sua debolezza ma anche nella sua chiamata a essere conforme a Gesù Cristo.

Un gigantesco poster annuncia l'arrivo di Giovanni Paolo II a Sarajevo il 16 giugno 2003.
Un gigantesco poster annuncia l’arrivo di Giovanni Paolo II
a Sarajevo il 16 giugno 2003 (foto AP/H. Delic).

Credenti e non credenti, abbiamo tutti bisogno di una Chiesa misericordiosa secondo il Vangelo, una Chiesa che abbia compassione a immagine del «Dio misericordioso e compassionevole» e che, attraverso la compassione, si faccia solidale di questa povera umanità che si interroga su cosa sia possibile sperare. Mai dimenticando l’aspetto giudiziale del Signore veniente, i cristiani sappiano annunciare che Dio perdona, che Dio ama gratuitamente anche chi è nemico: a questo sono stati chiamati, perché è per narrare questo mistero di amore che il Verbo di Dio si è fatto carne, uomo come noi e tra di noi!

Le prime parole del nuovo Papa, Benedetto XVI, ci dicono che la "bussola" del suo pontificato sarà, come già per Giovanni Paolo II, il Concilio Vaticano II, dando così risposte alle urgenze e alle sfide intraviste: ha ribadito la collegialità che unisce il successore di Pietro ai vescovi e si è assunto l’impegno di lavorare per l’unità fra tutti i seguaci di Cristo, mentre ha ribadito di voler proseguire nell’incontro con le altre religioni e con quanti cercano una risposta alle domande dell’esistenza. Il nome che ha voluto assumere ci rivela, infine, un tratto della sua passione apostolica, così come è delineato nella regola benedettina: «Nulla assolutamente anteporre a Cristo, nulla anteporre all’amore di Cristo».

Enzo Bianchi