Intervento di Ernesto Olivero

martedì 13 luglio 2004

Più che parlare di Dio noi dobbiamo parlare con Dio. Se parliamo con Dio, se viviamo con Dio siamo diversi. Se ognuno di noi parlasse una lingua diversa, come comunicheremmo? Se anche parlando una lingua diversa, a ora di pranzo, cucinassi per tutti qualcosa di buono, attraverso il cibo mi farei capire da tutti. Noi comunichiamo solo attraverso dei fatti, altrimenti è una non comunicazione. Questa notte a Il Cairo migliaia e migliaia di poveri andranno a dormire al cimitero, tra una tomba e l'altra, perché non sanno dove andare a dormire. Se fossi un mussulmano che abita a Il Cairo non andrei a dormire pensando a quanti questa sera non sanno dove andare a dormire. Ci sono nazioni dove i bambini sono addestrati per diventare bambini-soldato; per dimostrare che sono buoni soldati, devono saper uccidere, e si allenano ad uccidere animali, ma senza armi, solo con le mani. Se superano quell'esame, potranno uccidere una bestia molto feroce con un coltello; ed infine, quando hanno superato la prova animale, devono imparare a portare ai loro capi l'orecchio di un loro nemico. Così dimostreranno di essere buoni soldati! Noi non dovremmo vivere tranquilli. Dovremmo misurarci con le difficoltà che abbiamo intorno, perché se siamo di Dio e parliamo con Dio, Dio ci fa avere gli occhi, le orecchie per sentire e capire il dolore di questo mondo. Non so se riuscirò a cambiare, però voglio cambiare; non so se riuscirò a fare qualche cosa, però tutto il mio possibile lo sto facendo veramente. Noi viviamo in un mondo dove molti di noi sono in una pena perenne, in una tristezza perenne, e basta a volte la tristezza di un giorno per cambiare il corso della vita di una persona. Se dico di sì, il mio sì diventa una sicurezza per tanta gente triste che può trovare una risposta. All'Arsenale c'è un uomo, una donna che ha detto un sì vero? Se c'è qualcuno che ha detto un sì vero vuol dire che anch'io lo posso dire! Noi a volte quando vediamo un uomo di successo, un uomo che ha sfondato il muro dell'anonimato, cerchiamo di imitarlo ma spesso soltanto in apparenza. Se noi veramente diciamo di sì dobbiamo rassomigliare a Gesù. In questi giorni mi è capitato di essere in Giordania e lì ho avuto un incontro con un gruppo di ragazzi e ragazze, molti di loro erano mussulmani, parlavano solo arabo, quindi per capirci dovevamo farci tradurre a vicenda. Eppure sentivo che le persone mi capivano già quando parlavo italiano. Se anche la gente non capisse il suono delle nostre parole, si accorgerebbe se il nostro modo di fare è esaltato, oppure arrogante, se stiamo dando delle lezioni, oppure se stiamo raccontando la pena di chi vuol dire sì al Signore, un sì difficile, da matti, detto con tutto il cuore; la comunicazione passa quindi attraverso il modo in cui noi parliamo. Al termine di quell'incontro, una ragazza mussulmana ha detto: "Ho sentito la presenza di angeli in mezzo a noi, ho sentito una presenza buona; ero triste e ho sentito che potevo diventare serena dentro il cuore". Quindi tutti noi, se realmente vogliamo vivere bene, se veramente vogliamo vivere la nostra pienezza, dobbiamo fare in modo che il nostro sì sia vero; pur con tutte le fatiche, deve essere un sì che non torna mai indietro, un sì che vuol crescere, un sì che vuol essere in fondo quasi d'esempio: "L'ho fatto io, lo puoi fare anche tu, anzi, se lo faccio io, lo puoi far pure tu, e tu sei più bravo di me!". Perché un sì è soltanto un'indicazione che un uomo può entrare in una dimensione diversa, se con verità mi lascio interpellare da quegli uomini che questa notte dormiranno nel cimitero de Il Cairo perché non hanno una casa. Come posso accettare che migliaia e migliaia di persone dormano nelle tombe? Nelle tombe! E sapete perché? Perché si sentono più al sicuro tra i morti che tra i vivi. Noi dobbiamo essere la sicurezza per l' orfano, dobbiamo essere la certezza per l'affamato. Dobbiamo essere veramente la sicurezza per chi è nella tristezza. Se qualcuno qualche volta è triste, pensando a noi dovrebbe dire "Questi amici non sono tristi, quindi la mia tristezza l'attacco a loro". Le persone a volte sono fatte proprio per aiutarsi reciprocamente; Dio si serve anche di noi fisicamente, per trasmettere un po' di sicurezza, una parola buona. Oggi Maurizio, un nostro amico, compirebbe 28 anni, compie 28 anni ma già davanti a Dio. Anche questa sera mentre pensiamo a lui che è in paradiso, facciamo in modo che dei bambini di strada possano pensare bene di noi. Diamo una certezza a qualcuno di noi che è nell'angoscia, che possa dire: "Se domani vado all'Arsenale qualcuno mi potrà dare un consiglio, perché ho incontrato delle persone che non parlano di Dio, ma hanno Dio dentro".