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Lettera a Monsenor Romero
di Jon Sobrino s.j. (da aggiornamenti sociali maggio 2004, pp.369-375)
1. L’impero
È l’aspetto più grave. Questo termine — impero — sembrava morto, ma la realtà lo ha resuscitato. Oggi non è sufficiente parlare di oppressione e di capitalismo, bisogna parlare di imperialismo. E, più precisamente, di un «imperialismo nordamericano» che, con Bush, è divenuto palese: esso intende imporre il proprio potere su tutto il pianeta, con qualunque mezzo, dalle ingiustizie del commercio alle menzogne dell’informazione, dalla guerra crudele alla violazione sfacciata del diritto internazionale e dei diritti umani.
L’imperialismo arriva da noi attraverso il servilismo politico dei governanti, ma, giorno dopo giorno, penetra in forma ancora più profonda attraverso la seduzione e l’imposizione della cosiddetta «cultura nordamericana», «the american way of life», fatta di individualismo, come forma suprema di essere, e di successo, come verifica ultima del senso della vita. Ci offrono questo — e ce lo impongono — come ciò che di meglio ha prodotto la storia. Al contrario, comunità, compassione e servizio sono considerati prodotti culturali secondari. Insistere su di essi non è «politicamente corretto». L’uguaglianza della rivoluzione francese, per non parlare della fraternità del Vangelo, si sono trasformate in realtà obsolete. Dell’Iraq interessa tutto meno gli iracheni, e dell’Africa non interessa nulla a nessuno.
Questo imperialismo è anti-evangelico e perciò, per il cristianesimo, deve essere un’esigenza primaria combatterlo, proclamare — e vivere — la «cultura di Gesù». E poiché, inoltre, si pretende che mangiamo, beviamo, cantiamo, guardiamo spettacoli sportivi e ci divertiamo al modo in cui si fa nell’impero, è necessario anche difendere il «nazionalismo» correttamente inteso, difendere cioè la bontà della creazione di Dio, che si manifesta nelle differenti tradizioni, culture e religioni.
L’imperialismo, inoltre, mette il cristianesimo di fronte a un altro problema, che esiste da sempre ma oggi si è accentuato. In Asia e in Africa, pur con lodevoli eccezioni, «cristianesimo» è stato sinonimo di «Occidente». Ebbene, nel mondo di oggi, più di un miliardo di esseri umani, i popoli musulmani, vedono Bush come l’espressione dell’Occidente e del cristianesimo allo stesso tempo. Così, la missione cristiana, intesa non come proselitismo ma come dialogo, diventa molto difficile. E chi del resto può convincere i musulmani che non devono identificare le due cose, se l’impero, cioè Bush e i suoi collaboratori, si fanno vedere mentre pregano il Dio di Gesù e non ascoltano i cristiani che si oppongono loro, compreso Giovanni Paolo II?
Monsenor, tu ci hai insegnato a smascherare gli idoli, dando loro un nome ben preciso: l’assolutizzazione del capitale, della dottrina della sicurezza nazionale e anche delle organizzazioni popolari, realtà in se stesse buone, ma pericolose quando tutto veniva loro subordinato. A questi idoli bisogna oggi aggiungere quello dell’impero, questa forma di generare vittime, lentamente o in modo violento. In conclusione: «Solo Dio è Dio», non lo è nè Cesare né l’impero, come Gesù disse a Ponzio Pilato. Sbagliarsi in questo, tanto da un punto di vista religioso quanto secolarizzato, porta con sé conseguenze gravissime, come vediamo quotidianamente nel mondo. Lo dicesti bene anche tu: «Nessun uomo si conosce davvero finché non si sia incontrato con Dio. Per questo abbiamo tanti “egolatri”, tanti orgogliosi, tanti uomini soddisfatti di sé, adoratori di falsi dei. Non hanno incontrato il vero Dio e per questo non hanno incontrato la loro vera grandezza» (10 febbraio 1980).
2. La campagna elettorale
In El Salvador, la campagna per le elezioni presidenziali ha mostrato che la politica è ridotta davvero male. Molte grida e aggressioni — a volte anche fisiche — verso l’avversario, e pochi argomenti. Molte promesse, ma pochi programmi e pochi strumenti per realizzare tali promesse. Allora ci vengono in mente alcune tue parole, Monsenor «Ascoltando in questi giorni vari discorsi di carattere politico non ho trovato nessuna proposta costruttiva ….., né idee serene per costruire il bene del Paese» (13 gennaio 1980). Non parliamo poi di chiedere perdono per gli errori del passato o di fare propositi di riparazione. Non si osa fare appello all’austerità, alla generosità e al sacrificio perché ciò farebbe perdere voti, ma senza questo non c’è soluzione ai nostri problemi. Forse in molte di queste cose non ci sono grandi differenze tra i partiti, tuttavia la destra ha fatto un’ostentazione di sfacciataggine che pensavamo ormai superata. Non ha fatto appello alla speranza — di cui i poveri hanno una scorta immensa — ma alla paura. Ha detto: se vince la sinistra torneranno i sequestri, i salvadoregni emigrati negli Stati Uniti non potranno inviare rimesse in patria, l’educazione — così la presentano contraddicendo la realtà — sarà povera come a Cuba. Della paura e del terrore che produssero il fondatore di ARENA (Alianza Republicana Nacionalista) e molti dei suoi predecessori, però, non hanno detto nulla.
Per un credente, poi, è motivo di dolore il modo in cui la destra usa Dio nella propria propaganda. E ipocrita invocare Dio come avallo del successo futuro. È cinico che questo Dio non esiga di fare un esame di coscienza su 15 anni di Governo così favorevoli per la minoranza ricca e così nocivi per la maggioranza povera. Ed è motivo di indignazione offrire a Dio la vittoria come un grande tesoro per il Paese, senza dire una parola su come era Dio per Gesù.
E naturalmente nulla dicono, questi politici, di tanti uomini e donne salvadoregni, con Monsenor Romero in testa, che imitarono Gesù in vita e come Lui morirono in croce per mano di eserciti e squadroni della morte. Non dicono niente di te, Monsenor, In pubblico stendono un velo di silenzio e in privato continuano ad avere di te una paura patologica. La tua parola ancora oggi è lì per scuoterli, potrebbe illuminarli, ma loro non si lasciano né scuotere né illuminare. Non rimane loro altra soluzione che autoingannarsi e travisare ciò che hai detto. Parlano di Dio, ma quello che dicono non influisce sul loro comportamento. Quanto poco hanno capito ciò che dicesti sulla parola di Dio, il 9 settembre del 1979: «La vera parola di Dio porta con sé qualcosa di esplosivo e per questo non molti la vogliono ascoltare. Se fosse una bomba disinnescata nessuno ne avrebbe paura». Non ti ascoltarono e non ti ascoltano, e perciò parlano di Dio male e senza pudore. E che davvero tutti possiamo tenere ben presente questo: non solo i candidati alla presidenza, ma anche noi sacerdoti nelle nostre omelie e noi professori di teologia nei nostri corsi. Non si può manomettere Dio, né sottrargli forza e vigore. Quando andiamo in cerca di voti, lasciamo Dio in pace, e se vogliamo parlare seriamente di Lui, soprattutto i politici, annunciamolo come «un Dio dei poveri».
Ne consegue che la politica è servizio e nel nostro mondo il servizio non può che essere «servizio ai poveri». La destra non sa nulla di ciò, nella sinistra può forse esserci maggiore consapevolezza, però in entrambi gli schieramenti è difficile riscontrare una vocazione al servizio che superi l’egoismo personale e di partito. E risaputo che la parola «politica» può essere usata nel significato aristotelico di «promuovere il bene comune nella vita pubblica», oppure può assumere il significato post-machiavellico di «lottare per il potere». In generale, il secondo significato prevale sul primo. Quanto anacronistiche sembrano oggi le parole di papa Pio XI: «La politica è la forma più elevata di carità». E quanto impertinenti appaiono le parole degli esegeti quando dicono che «la religione di Gesù era centrata sul Regno di Dio e pretendeva di configurare la vita del popolo: per questo era una religione politica». Non in senso post-machiavellico, naturalmente. E, di certo, la stessa Chiesa oggi manca nell’impegnarsi in politica in questo senso. Tu stesso, Monsenor, ce lo dicesti: «Se sei cristiano non cambiare in nulla il progetto del regno di Dio e cerca di rispecchiarlo e di essere sale della terra e luce del mondo. [...] Nelle diverse congiunture politiche ciò che interessa è sempre il popolo povero» (10 e 17 febbraio 1980).
3. L’11 marzo e l’11 settembre
Mentre terminavo questa lettera è giunta la notizia della barbarie di Madrid. La Spagna è lontana ma questa strage ci tocca molto da vicino. Oltre 200 morti, semplici lavoratori. Tra loro anche 13 latinoamericani che si guadagnavano da vivere lontano dal proprio Paese. Come avvenne per l’attentato di New York, la solidarietà dei cittadini spagnoli con i morti e i feriti è stata esemplare. Per protestare contro la barbarie di i milioni e mezzo di spagnoli sono scesi in strada dando vita a un impressionante spettacolo di rifiuto della violenza e di solidarietà. Poi è scoppiato lo scandalo politico: l’attentato è stato rivendicato da un gruppo islamico che ha inteso così vendicare l’appoggio vergognoso del Governo spagnolo a Bush nella guerra in Iraq, nonostante che il 90% degli spagnoli fosse contrario. Il Governo ha fatto il possibile per nascondere la realtà, e in un altro momento memorabile molti spagnoli sono scesi in strada per protestare per questa menzogna. Il Governo ha perso le elezioni e gli spagnoli hanno scritto una bella pagina di solidarietà con coloro che soffrono e di dignità di fronte al potere.
Tuttavia, benché l’urgenza degli eventi lo renda comprensibile, ancora manca qualcosa di importante e magari un giorno questo possa realizzarsi soprattutto a livello europeo. In Europa, sebbene sull’onda della tragedia, dicono che già sono allo stesso livello degli Stati Uniti. Lì ci fu un 11 settembre, l’attentato contro le Torri gemelle a New York, e ora ecco un 11 marzo, l’attentato ai treni di Madrid. Entrambe le date sono entrate nella storia mondiale, ma lo stesso non è successo con altri eventi accaduti in un 11 del mese. Che dire dell’11 settembre del Cile, nel 1973, con l’assassinio di Allende e il massacro del palazzo presidenziale della Moneda, un’operazione dietro cui stavano gli USA? E soprattutto, per noi salvadoregni, cosa pensare dell’11 dicembre 1981? In quel giorno circa 1.000 persone furono assassinate a El Mozote, divise in tre gruppi: gli uomini furono rinchiusi nella chiesa, le donne in una casa e i bambini, circa 170, con una età media di 6 anni, in un’altra casa vicina a quella delle donne, le quali potevano «ascoltare» — qualcuno dice «riconoscere» — il pianto dei loro figli mentre venivano massacrati. Tutte e tutti furono uccisi. Gli assassini erano membri del battaglione Atlacatl, addestrato dai nordamericani, lo stesso che assassinò i gesuiti della UCA e le loro collaboratrici Julia Elba e Celina, il 16 novembre 1989. Ebbene, il mondo non reagì, nemmeno il mondo occidentale democratico. L’ambasciata degli Stati Uniti disse di non sapere nulla dei morti di El Mozote, e quando i morti vennero scoperti disse che si doveva trattare degli effetti di un combattimento. Non si procedette all’identificazione delle vittime, né a una degna sepoltura, e naturalmente non ci furono manifestazioni contro il terrorismo del battaglione Atlacatl, un terrorismo di Stato. Né si vede come avrebbero potuto esserci. La televisione — scusate l’ironia — non mostrò nulla. E scendere in strada a protestare avrebbe significato mettere a rischio la propria vita. Le cose poi cambiarono e, alcuni anni dopo, il massacro è stato riconosciuto, le vittime sono state sepolte. I familiari le ricordano e le celebrano tutti gli anni. E stato anche costruito un piccolo monumento con queste parole: «Non sono morti. Sono con noi, con voi e con l’umanità intera».
Se qualcuno dei parenti e degli amici delle vittime dell’11 marzo di Madrid leggesse questo scritto capirebbe che con esso desideriamo esprimere una profonda solidarietà con il loro dolore, perché in El Salvador lo abbiamo sperimentato nella nostra carne viva. E con molta umiltà offriamo loro consolazione, appoggio e anche la speranza di quel «non sono morti». E chiediamo loro, con il massimo del rispetto, di unire il proprio dolore a quello di tutte le vittime, non solo quelle dell’Europa e degli Stati Uniti, ma anche quelle della Colombia, del Congo, del Bangladesh...
I politici del Vecchio continente parlano ora di ripensare la «sicurezza europea». E ciò è comprensibile (già si dice che la tutela della sicurezza delle Olimpiadi di Atene sarà affidata alla NATO). Tuttavia l’Europa ha un altro compito, più importante e decisivo, per sé e per tutti: ripensarsi non solo a partire dalla propria sicurezza minacciata, ma anche a partire dalla solidarietà con le vittime di tutto il mondo. Più che una Europa unita, propensa all’eurocentrismo, vale a dire all’egoismo, c’è bisogno di una Europa aperta, una Internazionale di tutte le vittime, con il proprio dolore, e di tutti coloro che con esse sono solidali, con il loro slancio. Una Internazionale di tutti i giorni 11, in qualunque parte del mondo, soprattutto nei luoghi in cui le vittime — per fame o per armi — si contano a milioni.
Ancora una volta esprimo tutto il mio dolore, rispetto e affetto per le vittime di Madrid. Non si tratta di andare oltre l’11marzo, poiché il dolore e le tragedie non sono intercambiabili, però si può collocare questo dolore in quello più grande della famiglia umana. E anche nella sua speranza.
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Monsenor, tutte queste cose, politiche e umane, accadono in tempo di Quaresima. Un tempo di deserto, un luogo di tentazione e di riflessione. Ma la Quaresima è anche tempo e luogo per l’incontro silenzioso con Dio. Così continuano a risuonare le Sue parole per il nostro mondo: «Dividerai il pane con l’affamato». E oggi, Monsenor, risuonano anche le tue parole sulla politica fatta dagli uomini: «Un cristiano che solidarizza con l’oppressore non è un vero cristiano» (16 settembre 1979). «Ciò che, per la nostra Chiesa, segna i limiti della dimensione politica della fede è precisamente il mondo dei poveri. [. . .] A seconda delle conseguenze che ha sulla povera gente, la Chiesa appoggerà — secondo la propria specificità di Chiesa — l’uno o l’altro progetto politico; appoggerà quello che beneficia il povero, così come denuncerà tutto ciò che sia male per il popolo» (17 febbraio 1980).
Grazie Monsenor.
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