OMELIA DEL CARDINALE CARLO MARIA MARTINI

FESTA DEI FIORI 2005

 

- XXV anniversario di ordinazione episcopale -

 

 

 

Sia lodato Gesù Cristo!

Ancora una volta ringrazio Sua Eminenza il Cardinale Arcivescovo Dionigi Tettamanzi che mi invita a presiedere anche questa Festa dei Fiori, dopo la splendida festa di ringraziamento celebrata in Duomo due giorni fa. Lo ringrazio per le sue parole amabili e affettuose, mi sono sentito come sommerso in un mare di bontà e mi è sovvenuta questa immagine: il mio episcopato, come un piccolo uadi del deserto, è sfociato in un grande fiume che è appunto la sua bontà, la sua tenerezza, la sua capacità di contatto con la gente, il suo amore per le persone, e questo grande fiume continua il suo corso nella Chiesa, rallegrandola di fiori e di frutti. Grazie carissimo Cardinale Arcivescovo per la tua bontà, per le tue parole, per quanto hai saputo dire e fare per me; certamente io mi sento molto ricordato dalla Diocesi, ne ho tanti segni. E la ricordo e prego molto per voi, come tu hai detto: in particolare ho fissato ogni giorno per ciascuna delle decine dei quattro misteri gaudiosi, luminosi, dolorosi e gloriosi, intenzioni concrete relative alle zone pastorali, alle persone, ai malati, ai preti, alle vocazioni, a tutta la realtà della Chiesa. E quindi prego con intensità, per quanto mi è possibile, affidandomi all'intercessione di Maria, buttando tutto nella preghiera del Sommo Intercessore Gesù e unendo la mia piccola preghiera alla grande preghiera della Chiesa. Prego per voi, per questa Chiesa Ambrosiana che ho avuto il dono di poter reggere per 23 anni e 5 mesi; come ho detto qualche volta - ho fatto il conto dopo - è il tempo esatto in cui S. Ambrogio ha retto la Chiesa di Milano (23 anni e 5 mesi), quindi mi sento anche legato tanto alla sua figura. E prego molto per voi, prego in particolare in alcuni misteri: dedico il quinto mistero luminoso al mistero dell'Eucaristia, al mistero delle vocazioni, al Seminario; dedico il quinto mistero doloroso in particolare a tutto il cammino della Chiesa Ambrosiana, e così via. Quindi sentitevi ogni giorno ricordati anche da Gerusalemme.

 

E poi un grazie anche ai presbiteri che erano accorsi già numerosissimi anche in Duomo l'altro ieri, e che oggi rivedo qui in gran numero; è una grande gioia potervi rivedere qui uno per uno, così come mi è possibile rivedervi ogni tanto quando venite con le vostre parrocchie o in gruppi in Terra Santa, o quando incontro qualcuno agli esercizi spirituali a Galloro: quindi, ho modo di poter tenere vive le relazioni che mi hanno dato tanto nei miei 23 anni di episcopato.

 

E ringrazio poi il Seminario, ringrazio tutti voi che avete preparato questa Festa dei Fiori, in particolare mi congratulo per il settantesimo della inaugurazione di questa sede del Seminario, inaugurazione avvenuta il 12 maggio 1935. Su di essa parla il rettore in un bell'articolo nell'ultimo numero de Il Segno (n° 5/maggio 2005, ndr): sottolinea parecchie cose nelle quali non entro ora qui al momento, ma che potrete leggere. Certo - dice - oggi il cammino di una vocazione appare più solitario rispetto a settant'anni fa, quando era più coralmente accompagnato dalla parrocchia, dalla comunità, dalla società e dall'ambiente. E sottolinea giustamente l'importanza di un maggior bisogno di gioia, di fierezza, di decisione per questo cammino controcorrente. E io ringrazio Dio che sia così, non per le circostanze che l'hanno reso controcorrente, ma perché questo cammino è più simile al cammino della Chiesa primitiva, al cammino dei primi cristiani, e ci fa prendere maggiormente coscienza della nostra decisione totale per Gesù; e quindi un grazie anche al Seminario!

 

Questa Festa dei Fiori ha assunto nel tempo molteplici significati. Anzitutto la presentazione alla diocesi dei nuovi candidati all'ordinazione sacerdotale, ai quali prometto fin da ora di ricordarli l'11 giugno prossimo: quando sarò a Gerusalemme, mi ricorderò di questa giornata per loro decisiva. Un grazie a Dio che ce li ha concessi: sono questi veramente i fiori di cui godiamo!

 

E poi, questa giornata è dedicata anche agli anniversari di Messa che sono stati evocati in maniera generica - so che in altri anni si faceva un elenco più concreto - ma vorrei ricordare almeno uno di questi anniversari: il cinquantesimo di Messa di Sua Eccellenza Monsignor Alessandro Maggiolini, che io considero un po' come un profeta della Chiesa di Lombardia. Mi vien voglia di paragonarlo al profeta Daniele per la molteplicità dei generi letterari dei suoi interventi; e comunque, mi fermo qui nell'elogio di coloro che compiono alcuni anni di sacerdozio, perché se ne avessi l'elenco sarei tentato di trovare per ciascuno di essi una figura biblica e andremmo avanti ancora per molto tempo.

Dunque, a lui e a tutti gli altri i migliori auguri: voi celebrate insieme con me, che celebro il venticinquesimo di episcopato, anniversari importanti. Forse una parola la dirò ancora in refettorio, se permane l'uso che i festeggiati debbano dire una parola proprio per sottolineare ciò che vivono.

 

Dunque sono molte le tematiche di oggi. Inoltre, queste tematiche della Festa dei Fiori hanno una colorazione mariana perché la festa è in particolare un festa messa sotto la protezione di Maria, e poi hanno - in questo nostro tempo - una particolare colorazione ecclesiale, perché vengono dopo un mese di avvenimenti ecclesiali intensissimi. Io ho vissuto certamente nei miei 25 anni di episcopato molti intensi eventi ecclesiali, ma mai così tanti e così intensi come nell'ultimo mese di aprile: dall'agonia alla santa morte di Giovanni Paolo II - il Papa che mi ha ordinato come vescovo, che mi ha mandato a Milano e che è stato il Papa di tutto il mio servizio pastorale - e poi il momento dei Novendiali, della Sede Vacante, delle Congregazioni dei Cardinali, il Conclave con tutto il suo mistero, tutta la sua sacralità, e poi finalmente l'esultanza per Benedetto XVI, i primi suoi passi nella via del Sommo Pontificato. Sono stati eventi grandiosi che sarebbe bello ricordare e commentare qui insieme.

 

Ma io vorrei semplicemente limitarmi ad approfondire, e sarebbe già molto se lo facessi semplicemente, le tematiche dei tre testi che sono stati letti e che voi ben ricordate; anch'io non li ho qui davanti ma spero di ricordarli a memoria. Il primo testo, che ci presenta il genere letterario del commiato, è il testo del discorso di Mileto, al capitolo ventesimo del libro degli Atti degli Apostoli; poi, il genere letterario della beraha, della benedizione e della lode, è il primo capitolo della lettera agli Efesini; e poi un altro genere letterario, il genere letterario della intercessione, che è l'inizio del capitolo decimosettimo di S. Giovanni.

 

Vorrei dire qualcosa su ciascuno di questi. Inizialmente, anzi, mi era stato chiesto di presentare una lectio divina prima della Messa, ma io ho detto: "No, basta già l'omelia nella Messa, se veramente prendo sul serio i testi che vengono sottoposti alla nostra attenzione".

 

Anzitutto dunque mi sono domandato quali motivazioni, quali emozioni profonde, quali dinamiche erompenti sottostanno al testo di commiato di Atti 20? Come ha ricordato il Cardinale Arcivescovo, questo testo di commiato io l'ho già commentato nel "Discorso di Mileto" fatto ai presbiteri il 28 maggio, se ben ricordo ha citato questa data del 2002, al termine del cammino di comunione; e poi l'ho di nuovo commentato ad Efeso in un momento di un grandissimo pellegrinaggio diocesano conclusivo del mio ministero, proprio ricordando questo discorso che S. Paolo propose a Mileto ai presbiteri di Efeso, quindi proprio nel luogo a cui S. Paolo dirigeva i suoi pensieri. Dunque ci sarebbero tante cose belle da dire a proposito di questo discorso che è un discorso di commiato, ma i cui temi, le cui motivazioni sottostanti sono soprattutto tre: anzitutto una motivazione apologetica. S. Paolo vuole difendere il suo ministero: "Giorno e notte non mi sono sottratto a niente pur di annunciarvi tutto il Vangelo, non ho desiderato la veste o la cintura di nessuno". Quindi sottolinea la sua dedizione, il suo disinteresse. Ci preoccupa persino un poco questo eccesso di apologetica di Paolo: qualche volta ci viene il sospetto di una natura un po' nevrotica e quindi incline all'autocelebrazione, ad una certa autoreferenzialità; e forse ci sarà stato qualcosa anche di questo, perché i santi hanno ciascuno i loro difetti e possiamo diventare santi anche con i nostri difetti. Ma dobbiamo pensare che S. Paolo doveva difendersi da molti attacchi, da molte calunnie che erano lanciate contro di lui, e quindi questo che ci appare eccesso di difesa è in realtà un diritto di Paolo. Penserei un po' a qualcosa come "L'Apologia pro vita sua" di Newman, dove egli è costretto a spiegare tutta la sua vita difendendo l'onestà, la lealtà e la sincerità di tutti i suoi passi. Ma certo è bello per noi specchiarci in una figura così coerente così limpida, che non teme critiche, non teme contestazioni, perché è leale e fedele nel servizio del suo Signore. Una seconda caratteristica tematica di questo testo è la parentesi, cioè l'esortazione. Paolo dice ai presbiteri: "Vegliate su di voi, vegliate sul gregge, verranno tempi difficili". E questa parentesi continuano a ripetersela i pastori della Chiesa, il Santo Padre, i vescovi, perché abbiamo sempre bisogno di questa esortazione. E poi infine c'è una terza caratteristica che è un po' l'esposizione del programma e la difesa del programma di Paolo, che è di andare a Gerusalemme. Paolo insiste che questo andare a Gerusalemme è opera dello Spirito, che sente molte voci contrarie ma ci vuole andare comunque. E qui vorrei ricordare qualcosa che forse alcuni di voi possono non aver tenuto in mente, ma che io ricordo bene. Il primo incontro col clero di Milano, o meglio con il Consiglio Presbiterale dei presbiteri di Milano, è avvenuto a Rho in quella che era la grande aula magna, e lì ho spiegato proprio questo capitolo ventesimo e ventunesimo, parlando di quella che allora definivo la dialettica delle interpretazioni, o la dialettica dei discernimenti. Abbiamo come due discernimenti opposti, ambedue riferiti allo Spirito Santo: c'è il discernimento di Paolo che afferma di voler andare a Gerusalemme per influsso dello Spirito, e c'è il discernimento delle comunità (potete leggere At 20, 38, poi 21,4 e 21,11-12); cioè, nelle singole comunità in cui Paolo passa tutti gli dicono: "Nello Spirito santo tu non devi andare a Gerusalemme". Ecco allora la dialettica delle interpretazioni: lo Spirito dice a Paolo di andare e lo Spirito dice alla comunità di non andare. E ci siamo interrogati su come si risolve questo dilemma che è molto istruttivo, perché, questa dialettica delle interpretazioni, percorre poi la storia della Chiesa e ci insegna anche a trovare la complementarietà tra quelle cose che a prima vista ci appaiono distanti, o contrarie, o diverse. La soluzione avviene sul lato affettivo. Paolo dice: "Voi mi fate piangere con queste vostre predizioni, voi mi scuotete il cuore, voi mi rompete il cuore, ma io voglio andare a Gerusalemme". E allora la gente mossa dalla compassione gli permette di andare. Ecco, io ho riletto anche questa parte del brano perché c'è un po' della mia storia, con la differenza che io ho sentito molta più comprensione per il mio desiderio di andare a Gerusalemme. E sento che questa comprensione è crescente, difatti ho la consolazione di incontrare parecchi preti o laici che, dopo essere stati a Gerusalemme, mi dicono: "Adesso capiamo perché lei ha desiderato tanto di andare a Gerusalemme!". E spero che lo capiscano sempre di più, e così colgano il significato centrale nella storia del mondo della storia di questa città. Vorrei sottolineare ancora di questo discorso la parola parenetica che dice: "Vi affido al Signore e alla parola della sua grazia". Come ricordavo già ai preti in quel discorso del 28 maggio, non si dice: "Vi affido la Parola", ma: "Affido voi alla Parola"; la Parola vi guiderà, la Parola vi nutrirà, la Parola - dice Paolo - ha il potere di edificare e di concedere l'eredità con tutti i santificati. E qui si vede una risposta all'obiezione giusta fatta dal rettore sulla solitudine delle vocazioni oggi. La Parola ci edifica, ci rende forti come una fortezza immensa contro le contestazioni del mondo odierno così secolarizzato e così relativista; e la Parola ci dà l'eredità con tutti i santificati, cioè ci fa partecipare di quella grande famiglia di santi per cui non sentiamo la solitudine, ma come ha detto Gesù: "Io non sono mai solo, perché il Padre è con me", e con il Padre egli sentiva la presenza di tutta l'umanità salvata. Ecco dunque cosa possiamo ricavare dalla prima lettura.

 

La seconda - mi fermo solo brevemente su di essa - ci porta come "su ali d'aquila". È il primo capitolo della lettera agli Efesini: noi leggiamo e rileggiamo questo capitolo comprendendo che ne comprendiamo poco. Queste parole risuonano grandiose ai nostri orecchi, ma non riusciamo a farcene una sintesi. Capiamo, però, che tutto va verso la ricapitolazione di ogni cosa in Cristo del versetto 10. Questo, quindi, è il culmine di uno sviluppo che il capitolo presenta partendo dall'eternità nella quale Dio ci ha scelto perché fossimo immacolati al suo cospetto nell'amore. Descrivendo la redenzione nel tempo, abbiamo la redenzione nel sangue di Cristo, e poi ricordando che questa redenzione è per l'oggi, oggi riceviamo questa salvezza, che è per il futuro e anche come eredità e pegno di vita eterna. E giunti qui abbiamo la sorpresa che penso abbiamo avuto anche questa mattina sentendo leggere questo brano, perché quando diceva: "Voi, voi, voi…", noi pensavamo fosse rivolto a noi, invece a un certo punto dice: "Anche voi…", cambiando quindi destinatario; cioè, ciò che ha detto fin'ora vale per gli Ebrei, ciò che dirà d'ora in avanti vale anche per i pagani, per noi provenienti dal paganesimo. Dunque questa lettera nella sua semplicità ci ricorda che siamo secondi dopo il popolo ebraico, siamo i loro fratelli minori; noi veniamo dopo di loro, come dice anche Paolo nella lettera ai Romani: "Prima il Giudeo poi il Greco". Certamente, nell'amore verso il popolo ebraico Dio vuol mostrare l'amore verso tutti i popoli, ma noi che siamo un po' intrisi di mentalità illuministica vorremmo una parità assoluta e partire, per così dire, tutti da zero. La storia non è così: la storia pone dei primi e dei secondi, delle priorità allargate all'umanità intera, e quindi non possiamo mai dimenticare i nostri fratelli Ebrei, per primi amati dal Padre e alla cui vocazione noi partecipiamo: "Anche voi - dirà Paolo - siete stati chiamati a far parte di questa eredità". Per questo non possiamo non essere solidali con questo popolo, non possiamo non unirci in qualche maniera alla loro sorte, e certamente io oggi, stando spesso a Gerusalemme, sento molto più di un tempo questa verità, questo mistero di Israele! E quindi lo esprimo volentieri e credo che è importante per ciascuno di noi penetrarlo sempre di più. E tanto basti per questa seconda lettura che ci porterebbe molto avanti se volessimo approfondirla.

 

Una parola sulla terza lettura. Se la seconda lettura ci portava su ali d'aquila, la terza ci porta - o almeno porta me - a delle altezze stratosferiche, non capisco quasi più nulla. Mi domando persino chi è il soggetto che parla: è il Figlio di Dio nella sua natura di Figlio di Dio, o il Figlio dell'uomo? E mi pare che sia il Figlio di Dio, perché dice: "Glorificami con quella gloria che avevo prima che fosse creato il mondo", ma poi parla anche come Figlio dell'uomo; e quindi è mirabile questa unione, questa presenza in Cristo di questa realtà misteriosa che poi i secoli seguenti della Chiesa cercheranno di stabilire con parole precise. E questa preghiera, che è molto complessa e molto ricca, è una preghiera in cui Gesù prega anzitutto per sé, poi per i discepoli e poi per noi. E ci stupisce il fatto che Gesù preghi anzitutto per sé: noi lo capiremmo se pregasse per i discepoli o per noi; invece comincia pregando per sé. E che cosa chiede per sé? Chiede che venga la sua gloria, che il Padre lo glorifichi perché è giunta la sua ora. E a noi vengono i brividi perché questa sua gloria, questa sua ora è l'ignominiosa passione e crocifissione: Gesù prega perché questa gloria si compia in lui. Noi ci sentiamo come senza fiato ascoltando queste parole, sappiamo che non oseremmo guardare così in faccia alla morte chiamandola "la gloria di Dio", ma che tuttavia il Signore dispone e disporrà perché tutto sia per la sua gloria: non solo la nostra vita, ma anche il termine della nostra vita. Facciamo certamente fatica a pregare così, ma Gesù ha pregato così per noi e prima di noi, pregando per sé. E quindi dobbiamo pregare a vicenda gli uni per gli altri perché Dio sia glorificato non solo nella vita e nella morte del suo Figlio, ma anche nella vita e nella morte di noi suoi figli, perché in tutto sia lodato e glorificato il nome del Signore e a lui sia sempre onore, gloria e benedizione per tutto quanto egli compie incessantemente nella terra e nel cielo. Amen!

 

 

 


Trascrizione a cura del Seminario di Venegono – Testo non rivisto dall’Autore