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La profezia di un prete di città
La parrocchia dove abito è in mezzo alla città. A girarla tutta a piedi ci metto venti minuti, mezz’ora, non di più. Ottomila abitanti in un chilometro quadro. Due vialoni pieni di traffico ne disegnano il perimetro, e all’interno si incrociano strade strette a senso unico, costantemente ingombrate da macchine in sosta selvaggia, per nulla intimidite da divieti e passi carrai. Le case di ringhiera sorvegliano attente il viavai delle persone e le insegne dei negozi. Il quartiere sta cambiando: è una piccola babele di macellerie islamiche, pizzerie egiziane, negozi di telefonia con sconti speciali per l’Ecuador o le Filippine, rosticcerie cinesi e turche, mercatini coreani, vendite al dettaglio di specialità gastronomiche del Perù. Gli stranieri sono il venti per cento degli abitanti. Poi ci sono i vecchi, quelli che cinquant’anni fa arrivavano dal Veneto o dalla Puglia, e adesso hanno visto i loro figli scappare da Milano per cercare una casa a meno prezzo e con un po’ di verde. Tanti studenti che affittano per qualche anno, molti uomini o donne che vivono da soli. Le famiglie sono poche: affitti, mutui e appartamenti piccoli sono tutt’altro che incoraggianti. Un bambino cresce meglio altrove, in posti con meno spese e più spazi. La chiesa è incastrata in mezzo alle case, senza campanile e piazzale. L’ha disegnata un architetto famoso: forse per questo qualcuno la scambia per un cinema o una piscina, passandoci davanti di corsa o guardandola di sbieco al di là delle bancarelle del mercato, il venerdì mattina. L’oratorio è un cortile ricavato tra i palazzi: ha bisogno di qualche riparazione, e soprattutto di tornare ad essere abitato. L’inerzia aggregativa tipica delle parrocchie ambrosiane è un ricordo lontano: se ci sono cinque ragazzi è perché te li sei conquistati ad uno ad uno, con le unghie e coi denti. Raccontata così, la situazione sembra un monumento alla depressione. Non è vero. Io sono convinto del contrario, e mi ritengo un prete fortunato e contento: fare il parroco a San Gabriele è una grazia grande e immeritata, un segno dell’esagerata misericordia di Dio nei miei confronti. Verrebbe da dire: in una parrocchia così c’è poco, c’è troppo poco. Ma è ciò che va tenuto, e che diventa il centro. Uno non prova ad aggiungere altro, e riparte dalle cose che non sono venute a mancare, e che rappresentano il cuore: l’Eucarestia domenicale e quotidiana, i gesti semplici di carità, il dono della Parola che non passa. E se il Signore mi dà la povertà vuol dire che è ciò di cui ho bisogno. Si buttano via tante cose inutili, si impara a fare a meno di qualche compensazione, si cerca di non confondere l’essenziale con l’accessorio. Si fa un po’ di pulizia, e si riparte senza aver nulla da perdere, senza l’ingombro di dovere a tutti i costi dimostrare qualcosa. Si impara a fidarsi più del Signore che dei mezzi a disposizione, palesemente insufficienti, o delle proprie capacità, sproporzionate e ampiamente inadeguate rispetto all’opera da compiere. E dopo aver gettato lontano tante cose che non servono, mi viene da dire semplicemente così: mi sento chiamato a vivere il Vangelo nell’esistenza quotidiana e a trasmetterlo alle generazioni future. Vivere il Vangelo: c’è una vita quotidiana che ha bisogno della buona notizia, e quindi di qualcuno che se ne faccia carico. Se non portano il Vangelo, la parrocchia e il prete non portano nulla. Trasmettere il Vangelo: è una parola per l’uomo d’oggi, ma anche per quello di domani. Non è una notizia “a tempo”. Più giusto dire che è sempre tempo di Vangelo.
Le scelte
Nei pochi anni in cui ho avuto modo di vivere a S. Gabriele, ho provato chiedermi quali erano le scelte da fare: le elenco e le descrivo di corsa, così come mi riesce. Ma per sgombrare il campo da qualsiasi equivoco ci tengo a dire subito che non ho mai deciso nulla da solo. Che non vuol dire che non intendo prendermi responsabilità, ma che tutto quanto è stato fatto, è stato fatto insieme: col sacerdote che condivide con me il ministero in parrocchia, anzitutto, e con l’intera comunità. Se fin qui ho usato la prima persona singolare, è solo per mantenere un tono più confidenziale. Ma sento che il linguaggio che più mi si addice è quello plurale, ed è quello che userò da qui in poi. Non è una sfumatura priva di importanza. Ma torniamo alle scelte.
· La cura della casa e della soglia
Prendersi cura della “casa”, anche nel senso dei mattoni, dei riscaldamenti, delle scale, dei locali, più che una scelta è stata un’emergenza, una provvidenziale necessità. Degrado a parte, è un’esigenza fondamentale, là dove soprattutto non c’è fisicamente piazzale o spazio di ingresso. Uno passa dalla strada alla chiesa senza quasi accorgersi, o può transitare davanti alla chiesa senza “vederla”. La cura della casa diventa importante, soprattutto in un quartiere dove le condizioni abitative sono molto precarie. Lo sforzo non indifferente anche dal punto di vista economico che è stato affrontato per risistemare la struttura parrocchiale va in questa direzione: offrire una casa minimamente ospitale. Ma questo è solo il segno di ciò che più radicalmente vorremmo che accadesse. Curare la casa e la soglia, significa invitare ad entrare, riscoprire l’accoglienza, far trovare aperte le porte. In un quartiere dove la gente non si conosce per niente o addirittura si teme, vorremmo offrire uno spazio in cui ciascuno si senta a casa. In questa direzione vanno i segni semplici che sono stati introdotti: il saluto prima e dopo la celebrazione eucaristica., la ripresa delle benedizioni natalizie, l’attenzione ai momenti particolari della vita (battesimi, funerali, matrimoni) senza gravarli troppo dal punto di vista di preparazioni chilometriche e senza nulla togliere alla serietà della proposta. Ci pare importante favorire il passaggio senza far pagare biglietti di ingresso… o di uscita. Ci sembra prioritario l’invito alla gioia. Anche per Maria l’annuncio di gioia ha preceduto il compito e la missione
Ci siamo resi conto che non è solo importante quello che si dice ma anche lo stile con cui lo si propone. Ci sembra che affermare questo non coincida anzitutto con la ricerca di nuove strategie pastorali o di nuovi mezzi di comunicazione, ma prima di tutto con l’esprimere uno stile di fraternità. In una parrocchia la vita fraterna non è mezzo ma contenuto. Cosa vuol dire, in concreto? Prima di tutto che i preti fanno vita comune, non solo nel senso della condivisione dell’appartamento e dei pasti, ma più radicalmente nel senso della gestione collegiale della parrocchia rifuggendo dalle logiche dell’appalto del lavoro come se ciascuno dei due avesse un orto privato da coltivare. Ci siamo dati un motto molto semplice: “meno cose, fatte bene, fatte insieme”. A sostenere questa scelta c’è l’attenzione agli spazi comuni di preghiera, di ascolto della parola, di condivisione con altri preti, di “apertura” della casa parrocchiale attraverso frequenti inviti Ancora: il consiglio pastorale parrocchiale è pensato come luogo di esperienza di fede prima ancora che di condivisione del lavoro pastorale. Le riunioni parrocchiali rischiano spesso di lasciare fuori dalla porta la vita reale delle persone, le fatiche e i pesi che sopportano, le gioie che vorrebbero condividere. E non va bene che sia così. Non è possibile operare scelte pastorali come se fossero acquisti di titoli in borsa, o prodotti da lanciare sul mercato. Se dietro non c’è un minimo di storia, di racconto della vita e degli affetti, anche di scontro schietto e benevolo, si rischia di non comunicare nulla, di moltiplicare le riunioni senza che diventino mai “incontri” nel senso più vero del termine. E la parrocchia su un sentiero così non può camminare a lungo.
La gente ci sente dire spesso che il clima è già un contenuto. E si fida di questo, e senza fare grandi cose cresce e cammina nell’affetto e nella stima reciproca. La parrocchia diventa un’oasi di buone relazioni nel deserto dell’indifferenza metropolitana. Sono pensati così i gruppi familiari e giovanili: rimane fondamentale la condivisione del vissuto alla luce della Parola. L’offerta è quella di uno spazio di incontro e di buoni legami, in nome del legame buono con il Vangelo La catechesi per gli adulti è strutturata in tre grandi momenti di ascolto della Parola (inizio, avvento, quaresima) in un contesto celebrativo. E’ il tentativo di “preparare il terreno” e di far crescere un “sentire comune”, scommettendo su tempi sicuramente lunghi, fidandosi della “cura della Parola”. La missione nasce dall’ascolto: il primo gesto del missionario non è parlare ma ascoltare. Crediamo che spesso il “non detto” è ciò che la gente semplice coglie di più. E’ un’evangelizzazione per “irradiazione e contagio”
La preoccupazione, quando qualcuno si affaccia alle soglie della parrocchia, o quando veniamo a contatto con nuovi arrivati o “vecchi” che si sono persi, è quella di lasciare che l’erba cresca, che il grano possa fiorire. Spesso la tentazione è quella guardare negli occhi una persona e di pensare subito “cosa potrebbe fare”, “come potrei inserirlo”, “che compito potrei dargli” anziché lasciare che trovi casa, che trovi posto. Ma chi arriva in parrocchia non è una risorsa da spendere: è una persona da accogliere. Solo quando avrà trovato il suo spazio vuoto dove prendere posto potrà – forse, perché la vita è complicata – diventare anche apostolo in prima persona. Ci pare più importante chiederci “di che cosa ha bisogno” piuttosto che chiederci “a che cosa può venirmi utile” Certo, questo domanda anche l’umiltà di dire che tante cose non le sappiamo fare e non le possiamo fare, che tante commissioni non le abbiamo, che tante esigenze restano scoperte, tante caselle restano vuote. A volte può dare anche l’impressione dell’inerzia. Ma la stagione del miracolo non è né quella della semina né quella della mietitura. E’ quella dell’attesa. Contro un certo “nervosismo dell’evangelizzazione”, è forse più utile riscoprire la nostra vocazione ad “essere legame”.
Una parrocchia come la nostra vive in continua emergenza tanto economica quanto di risorse umane. In questo ha la possibilità di respirare la stessa aria degli ultimi e dei poveri e di condividerne qualche affanno, e non è cosa da poco. Nello stesso tempo è chiamata ad affrontare le emergenze della gente, spesso senza saper dare risposte all’altezza dei bisogni. Ci pare che questa stagione di emergenza debba durare a lungo: ogni anno sembra sempre peggio. E in questo sappiamo di non dover pretendere di uscirne a tutti i costi, ma di rimanerne con dignità e di provare a far fronte ogni giorno, in un clima e un’attenzione molto “feriale” (e quindi molto disponibile agli imprevisti), a ciò che la giornata consegna. Non è un “vivere alla giornata”: piuttosto rimanda all’attitudine di lasciarsi scomodare e alla saggezza di non pretendere il controllo totale della situazione.
Le questioni sospese
E’ più saggio parlare di questioni sospese, piuttosto che di problemi. I problemi sono sempre risorse, e come tali bisognerebbe affrontarli. Una parrocchia come la nostra ha parecchie questioni irrisolte (o problemi aperti). Val la pena accennarne qualcuna.
Anche l’ultima benedizione delle famiglie lo ha evidenziato. Il nostro è un quartiere di passaggio: molta gente non ci rimane a lungo. La via principale si chiama significativamente “via dei Transiti”. Per qualcuno l’appartamento in cui vive è il luogo di una sistemazione temporanea, per altri un semplice appoggio logistico, per altri il primo appartamento in attesa che la famiglia cresca, per altri ancora un appoggio del tutto provvisorio con la caratteristica di un accampamento più che di una casa. Oltre a questa caratteristica di luogo di passaggio, in questi ultimi anni sta sempre più diventando un luogo di fuga: la gente non vuol più abitare più qui, soprattutto se si trova in palazzi ormai diventati a “maggioranza straniera”. La domanda è: come entrare in case così, dove la gente “sta” senza “abitare” davvero, dove la gente sta perché non ha altri posti dove andare, dove sta con rapporti ormai divenuti impossibili col vicinato, dove sta col cuore altrove? Siamo “mandati” a gente che vive così, e spesso non sappiamo bene cosa dire e cosa fare. Spesso nelle loro case ( e non soltanto in senso fisico) non ci lasciano entrare. E’ terra di missione, ma da dove cominciamo?
Non parliamo la stessa lingua dei molti stranieri presenti. Ma anche tra di loro non parlano la stessa lingua, perché arrivano da tutte le parti del mondo. E anche il nostro linguaggio è spesso un gergo per addetti ai lavori. Più che Ninive sembra Babele. Il problema non è solo quella della mediazione linguistica, per altro insuperabile in tempi brevi, o culturale. Di per sé il linguaggio del Vangelo è perfettamente intelligibile, perché è fatto di segni di liberazione dal male che tutti possono capire. Il problema del linguaggio, alla fine, diventa quello della qualità evangelica delle nostre proposte, della nostra disponibilità a non voler spiegare e dire tutto, cioè a capire più che a farci capire. E nel frattempo, però, ci sentiamo continuamente sollecitati, e a volte triturati, dalle urgenze e dalle emergenze
Si ha spesso la sensazione di assistere a una tristissima guerra tra poveri, soprattutto quando entrano a contatto tra loro stranieri disperati e anziani soli. Come portare la parola del Vangelo in un clima di tensione continua e di fatica di sopravvivenza? Come dire parole di consolazione a chi è infallibilmente solo, con pochi margini di speranza? E’ sufficiente il nostro “rimanere con”, il nostro restare con chi è solo?
La sensazione diffusa è quella di una povertà crescente. Non solo in termini economici, di carenza di denaro, casa, lavoro, ma soprattutto in termini umani. Molte volte sembra di avere a che fare con persone senza risorse, con le quali è difficile aprire un dialogo, dalle quali ricevi l’impressione di un colloquio chiuso ancora prima di aprirsi per assoluta carenza di argomenti. Non si tratta di un giudizio frettoloso, o malevolo. Si tratta di riaffermare, piuttosto, un principio “economico” dell’evangelizzazione, legato cioè ad un certo equilibrio tra la domanda e l’offerta. La seconda sembra di gran lunga superiore alla prima, e non si ha l’impressione che questa profusione di zelo arrivi a qualcosa. Resta, piuttosto, la domanda di come porsi di fronte ad un’umanità che offre pochi appigli, che sembra spenta, che ti fa morire la parola in bocca. L’aumento delle proposte e delle spiegazioni inutili ha come alternativa soltanto quella di un silenzio rassegnato?
La povertà delle nostre risorse rimane un altro degli aspetti problematici. Non è soltanto una questione di competenze o di tempo, di scarsità di operatori e di volontari. E’ quella più legata a condizioni lavorative sempre più precarie e insostenibili (anche dal punto di vista di una buona tenuta psicologica e di una certa stabilità abitativa), a un quadro di relazioni fragili che sempre meno incoraggiano e sostengono scelte forti, a uno scoraggiamento diffuso che impedisce di vedere la grandezza e la bellezza anche di segni apparentemente molto piccoli. Non è semplice rilanciare e ridare qualche barlume di speranza.
· La parrocchia missionaria
Spesso non sappiamo da che parte cominciare. Ci sembra importante partire dai bisogni, lavorare umilmente sulle richieste. Da quelle più semplici, fatte soprattutto dai più poveri, a quelle rispetto alle quali possiamo fare poco, a quelle più legate ai sacramenti e ai sacramentali. Spesso il punto di contatto è proprio lì: ci viene dato senza doverlo cercare. Ancora una volta la povertà diviene risorsa, la mancanza (o il desiderio) di qualcosa il punto possibile di incontro Cosa offriamo, a partire da quanto ci viene chiesto? Crediamo che non si possa non dare nulla, ma che sia opportuno, nello stesso tempo, non aver la pretesa di dare tutto. Anche in questo caso va sostenuto uno scarto, va affermato che qualunque sia la richiesta che ci è pervenuta non possiamo pretendere di colmarla In concreto: vivere in parrocchia significa scommettere sulla comunione e attendere pazientemente i tempi dello Spirito. La risorsa vera che abbiamo da offrire è quella di favorire la comunione, a tutti i livelli. L’emergenza dei bisogni può favorire la comunione tra coloro che se ne prendono cura: se non lo fa è un’occasione di annuncio sprecato. Può stimolare una conoscenza maggiore delle situazioni, e non limitarsi ad una generosa assistenza. Può aiutare ad entrare gradatamente in un mondo, una cultura, una modalità di vivere la fede che ha molto da dire alle nostre tradizioni e alle nostre abitudini. La risorsa vera che emerge a partire dalle richieste e dalle offerte è quella di un legame di fraternità che ha bisogno di tempo e pazienza per estendersi e crescere
La profezia del prete di città
Forse fino adesso (e riprendo nel racconto la prima persona singolare) ho parlato molto della parrocchia e poco del prete. E’ giusto che sia così: cosa ci sta a fare un parroco senza parrocchiani, un pastore senza gregge? Credo però che sia bello anche dire qualcosa di più personale, di più intimo, se vogliamo. Cosa significa per un prete, in una situazione come questa, tenere viva la profezia della Parola e della preghiera? Come risponde un uomo di Dio a bisogni sempre più pressanti e sempre meno facili da esaudire efficacemente? Anche qui provo a dire qualcosa, lontano da qualsiasi pretesa di genialità o di completezza.
Capita spesso che la mia giornata sia segnata dall’ascolto delle storie. Sono tante le persone che vengono a raccontarti qualcosa: spesso sono storie complicate, trame e percorsi che si aggrovigliano senza trovare uno sbocco. Qualcuno vorrebbe dirti ma fa fatica, qualcun altro si inceppa nel racconto ed è costretto a tornare da capo. A volte sono le lacrime a bloccare la parola, altre volte la timidezza o l’incapacità, la povertà del lessico e del cuore. Sono storie di divisioni, a volte, di incomprensioni e di ruggini, di dolore e di morte. Oppure di consolazione e conforto, di attese e speranze. Capita che qualcuna di queste parole si sciolga, e diventi preghiera. Rileggo il senso del mio ministero attraverso le storie che ricevo e condivido. Mi pare che aiutare la gente a raccontare, e la mia comunità a non perdere il senso del racconto e della strada, sia un bel modo per vivere da prete. Provo a donare relazioni fatte di ascolto e di pazienza: la gente non ne trova molta in giro, nemmeno nei supermercati dove compri tutto a buon prezzo. Sarebbe troppo poco tutto questo, se non provassi a mia volta a raccontare una storia. Non è quella della mia vita, ma è quella del Vangelo, è il racconto della Pasqua. Il libro della Bibbia e della Vita si rincorrono a vicenda. Ritrovare e riproporre la lingua-madre della Scrittura è la fortuna e il compito che ogni giorno mi viene affidato: non ho bisogno di parole nuove, ma di parole vere. E ho bisogno di poterle condividere. Ogni settimana mi trovo con qualche amico a pregare con i testi della liturgia della domenica e a dire che cos’hanno generato nella mia vita, quali strade hanno aperto, quali ferite hanno scoperto, quali consolazioni hanno regalato. L’ascolto condiviso getta luce anche sulle giornate più buie, e le storie della gente finiscono col diventare pezzi di Vangelo, pagine nuove da ricevere come dono e da comporre nell’unica storia della Salvezza. La preghiera si popola di volti e di voci, riscopre la forza dell’intercessione e il grido dell’ angoscia, la pienezza del ringraziamento e della lode insieme alla supplica fiduciosa o all’inquietudine del lamento.
Faccio fatica a leggere senza commozione l’inizio del capitolo 40 di Isaia, col suo duplice invito alla consolazione rivolto a un popolo ferito e umiliato, lontano da casa, che ha perduto la speranza e la fede. Di fronte alle domande della vita quotidiana spesso non trovo risposte. Passo giorni in cui attendo solo questo: che qualcuno mi dia consolazione, mi regali una parola che guarisca e un gesto che rassereni. E mi accorgo, nel tempo che scorre veloce, di perdere continuamente qualcosa, di smarrirmi nei progetti e nei sogni, di fare i conti con fallimenti e macerie. Ma di conservare intatta la possibilità di consolare qualcuno, di stare con chi è solo, di volere un po’ di bene a chi divide con me la fatica del pellegrinare, l’incerta condizione di viandante. Qualche volta mi dico che posso far poco, ma che mi è regalato ogni giorno il miracolo di accompagnare le persone per un pezzo di strada, di vivere con loro e con loro imparare a morire. Ero parroco da pochi mesi quando il mio predecessore morì. Avergli tenuta stretta la mano, aver vegliato sulla sua agonia, mi ha insegnato più di molti libri di scuola. L’ho accompagnato nel viaggio, gli sono stato vicino, forse l’ho aiutato a morire. A volte non si riesce a fare molto di più. O meglio: bisognerebbe fare tutto questo senza mai perdere la speranza, senza regalare una consolazione di basso profilo, senza far finta di credere o far credere che tutto va sempre bene. Ci vuole il senso della compassione, l’appassionarsi e il patire. Non riesco a concepire un ministero freddo, distaccato, lontano dalle sofferenze e dalle gioie che danno le relazioni vere, per le quali si è anche disposti a perdere tempo, a prendersi dei rischi, a pagare di persona. Non riesco a non sentirmi io stesso oggetto di profonda compassione quando confesso e mi confesso, quando perdono i peccati e chiedo che mi siano perdonati, quando la consolazione di Dio prende l’umile forma del pane, e si fa corpo spezzato, anche se celebro a volte con fatica, perduto in mille distrazioni ed affanni.
Un antico racconto chassidico dice così. Un giorno di Sabato Grande il Rabbi di Ropschitz tornò a casa dalla sinagoga con passo stanco. “Che cosa ti ha così spossato?” gli chiese sua moglie. “La predica”, disse lui, “mi ha fatto tanto faticare. Dovevo parlare dei poveri e dei loro molteplici bisogni per la prossima Pasqua, perché mazzot e vino e tutto il resto sono carissimi quest’anno.” “E che hai raggiunto con la tua predica?” chiesa ancora la moglie. “La metà del necessario è assicurata”, rispose lui, “i poveri, cioè, sono pronti a ricevere. Come stiano le cose per l’altra metà, se cioè i ricchi sono pronti a dare, questo non lo so ancora.” Più rimango con la mia gente e più le parti si invertono. Mi è venuta qualche volta la tentazione di pensare di essere dalla parte dei ricchi, di quelli che devono ancora imparare a donare. In realtà mi sto rendendo conto che la mia conversione è quella del povero che si prepara a ricevere. Imparo ad essere riconoscente per quanto mi viene dato. Qualcuno ha detto che riconoscere è conoscere due volte, è conoscere più a fondo. Penso che sia vero. E penso che un po’ di Vangelo passi anche da qui. Quando il Signore ha cominciato a mandare i suoi, ha detto loro di non portare nulla per il viaggio, “né pane, né bisaccia, né denaro”. E chi accoglieva uno dei discepoli viveva il Vangelo prima ancora di averlo sentito annunciare. Sono riconoscente, e come povero divento capace di chiedere ogni giorno, cercando di non preoccuparmi troppo di quello che riesco a dare. Sono riconoscente perché vedo il Vangelo che si fa strada senza tanto chiasso, perché la profezia del prete sta anche nell’imparare a stendere le mani e dire grazie per quanto riceve.
E’ vero: faccio troppo poco. E soprattutto mi rendo conto di non essere all’altezza. Misuro la distanza tra me e il dono del ministero, e la scopro incolmabile, infinita. E cresco nella sproporzione. Che vuol dire che ogni giorno questa distanza sembra aumentare, ma anche che proprio grazie ad essa imparo a diventare grande. Forse ho proprio bisogno del dispiacere che mi viene dal non saper dare a tutto una risposta, una soluzione. Mi rende più solidale con la mia gente, mi rende più attento ai pesi che porta. Come me, anche le donne e gli uomini che incrocio per strada spesso rimangono senza parole, incapaci di risolvere i problemi della vita. Quando mi incontrano, non devono coltivare l’illusione di avere trovato la soluzione. Non sono io la risposta che attendono. Piuttosto, con loro, la sto cercando. Ho da regalare una Parola alla loro vita, ma è una Parola di cui non sono padrone, ed è Parola che salva nelle e non dalle tempeste della vita. Ho da indicare una persona, perché alla fine è questo la vita del prete, è portare a Gesù. Il giorno dell’ordinazione sacerdotale, il vescovo domanda a colui che presenta i candidati: “sei certo che ne siano degni?”. Sarebbe più giusto – forse – rispondere di no, che non lo sono, ma che non è su questo che saranno misurati. Proveranno a non essere di inciampo con le loro mancanze e le loro paure, ma avranno bisogno di crescere nella sproporzione, di sperimentare tutta l’amarezza della distanza per poter lanciare segnali di bene, di percepire la profondità dell’abisso del male per indicare quello ancora più insondabile della misericordia di Dio. Rabbi Mendel di Kozk diceva ai suoi scolari: “Le anime sono discese dal mondo celeste sulla terra con una scala, che poi è stata ritirata. Ora di lassù si richiamano in patria le anime. Le une non si muovono dal posto; come si può andare in cielo senza scala? Le altre fanno un salto, ricadono, fanno un altro salto, ricadono di nuovo, poi si danno per vinte. Ce ne sono però alcune che sanno bene di non poter riuscire, ma provano e riprovano ugualmente fino a che Dio le acchiappa al volo e le tira su”.
don Davide Caldirola |