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Prete: direttore dell’oratorio! Annunciatore di Gesù?
Uso certamente il linguaggio della provocazione e se vogliamo anche quello dell’ironia per delineare una situazione che, se vista con un po’ di distacco, credo possa essere condivisa da molti.
Ho sempre più la sensazione che negli ultimi anni si stia assistendo ad un ribaltamento della situazione in merito all’oratorio: da strumento della pastorale a fine ultimo di ogni gesto compiuto nella quotidianità, mentre quello che doveva essere il contenuto fondamentale, ovvero l’annuncio del vangelo, sia passato in secondo piano e sia diventato, in molti casi, lo strumento per giustificare l’oratorio. Non v’è chi non veda che è una situazione paradossale: se l’agire pastorale viene prima del vangelo, significa che consideriamo il vangelo ormai superato, e che ciò che ci preoccupa è che l’oratorio sia un luogo funzionante, educativo, magari attento a situazioni di marginalità ecc..
Non vorrei offendere nessuno dicendo questo, ma se guardiamo la quotidianità degli oratori almeno la domanda ce la dobbiamo porre: ogni nostra proposta è finalizzata ad un annuncio del vangelo purificato dai nostri interessi, dai nostri desideri, dai nostri sogni?
La vita del prete è un insieme di riunioni programmatiche, di celebrazioni, di incontri con le persone, di scelte dettati da un calendario che da poca possibilità di stabilire che cosa sia prioritario, fondamentale e realmente evangelico. E in questa frenesia pastorale ciò che prende il sopravvento è certamente il mantenimento di una struttura (onerosa, anche dal punto di vista concreto) che rischia di essere sempre più, in una società complessa e complicata da vivere, soprattutto per i giovani, un mondo totalmente a parte rispetto alla vita concreta. E invece di annunciare il vangelo, che aiuterebbe ad interpretare la realtà, si continua a proporre una pastorale “adattata” a chi abbiamo in oratorio.
È sconcertante ascoltare alcuni discorsi tra preti, soprattutto di quelli che si fanno in decanato, nei momenti di programmazione e soprattutto di verifica. Si sentono frasi di questo tipo: “Stiamo attenti a non proporre qualcosa di troppo elevato (leggi vangelo!) perché altrimenti non vengono” “proponiamo dei momenti di incontro per educatori, ma non di formazione, chi li motiva poi?” “facciamo gli esercizi per i giovani, 3 giorni, non di più, magari chiedendo qualche momento di silenzio” “proponiamo una scuola della parola dove ci sia tempo per il confronto a gruppi, cercando di attualizzare il messaggio” (così la Parola diventa il pretesto per dire alcune cose ai giovani)
E nei momenti di verifica “comunque su questa proposta abbiamo avuto un buon numero di partecipanti” “tutto sommato per quei pochi che l’hanno vissuta non è stato male (leggi lo 0,2% di tutti i giovani): magari se lo dicevamo meglio veniva qualcuno in più. Il prossimo anno pensiamo a come pubblicizzarla in modo più efficace”
Ci possiamo poi mettere tutto quanto c’è nel calendario: da quanti anni non cambia? I calendari degli oratori assomigliano più alla dimensione ciclica della vita, all’eterno ritorno, che a degli indicatori dell’essenziale.
Gli accenni fatti sopra, e gli addetti ai lavori lo avranno capito, riguardano soprattutto i giovani. Se dobbiamo aprire il capitolo iniziazione cristiana allora la pastorale diventa proprio solamente di quantità. Si va dai 25 ai 32 incontri l’anno, tutte le settimane, affidando i ragazzi a catechiste che in molti casi propongono un catechismo “fai da te”. Diciamocelo francamente: è il settore della pastorale che la maggior parte dei coadiutori sopporta, e allo stesso tempo si ha timore a ritoccare. In fondo va bene l’iniziazione cristiana, richiama ancora il 98% dei bambini, anche a Milano, quindi perché andare a toccare un settore così? Eppure avverti che la si vorrebbe in un altro modo, perché capita spesso che il prete dica ai ragazzi che fanno la cresima: vedrete che il catechismo non è più come quello di prima! C’è sicuramente una differenza nelle età tra chi inizia in III elementare (o in prima???) che fa dire questa frase, ma nasconde anche la pesantezza degli incontri fatti in precedenza. Però non si possono toccare, perché come fai a dire alla signora che lo ha fatto per 25 anni che bisogna cambiare, in fondo non ha detto nulla di male…
Il famigerato problema del dopo-cresima non è questione solamente dei preadolescenti, ma dell’accostamento ad un bambino fin dall’infanzia: troppo spesso l’oratorio si propone ai bambini come qualcosa di assolutamente necessario ma al tempo stesso non sa dire cosa ci sia di così straordinario nella sua proposta. E così soprattutto chi deve essere maggiormente coinvolto, ovvero le famiglie, non rimangono minimamente stupite della proposta oratoriana, molto spesso rimangono indifferenti o addirittura scocciati, perché percepiscono soprattutto l’obbligo per poter ricevere i sacramenti, invece della sovrabbondanza di doni immeritati che il Signore ci consegna ogni volta che ci accostiamo sinceramente a Lui.
Capita invece che l’oratorio, inteso come fine della proposta, rimanga ingabbiato dalle richieste dei genitori: deve essere un ambiente protetto, attento a chi entra, dove il linguaggio sia di un certo tipo; si costruisce così la vita dell’oratorio più in base a principi di buona educazione che valori autenticamente cristiani, come l’accoglienza, la relazione umana e la testimonianza.
Accanto a quanto appena accennato come richiesta delle famiglie, c’è anche un atteggiamento speculare da parte del prete: quello di ritenere l’oratorio un luogo educativo “automaticamente”, solo perché si tratta di un luogo promosso dalla comunità cristiana. Mi spiego e credo di essere confermato dalla normale quotidianità dell’oratorio, anche se, in questo come in altri casi, si rischia di offendere la sensibilità di molti. Scegliamo qualche esempio per chiarire la posizione: la possibilità di chiudere l’oratorio in alcuni momenti dell’anno. Si rischia la sollevazione popolare, e anche clericale, perché l’oratorio deve essere aperto a tutti, sempre disponibile all’accoglienza (poco organizzata…). Il fondamento di ciò è quanto dicevo: l’oratorio è educativo in sé, sembra che anche i muri siano capaci di educare e di accogliere!!! Quando poi un oratorio fa delle scelte diverse, con una gestione particolare dei tempi e degli spazi, subito c’è chi si scandalizza perché si perde la gratuità dell’offerta, perché l’oratorio deve essere di tutti, ma soprattutto perché si è sempre fatto così! Altro esempio potrebbe essere quello delle vacanze: sono educative (e quanto ci si scalda perché si vuole che siano considerate così!) perché sono dell’oratorio. Ma quali contenuti ci mettiamo? O forse è educativa perché c’è la messa? Quanti preti invece di proporre (è un eufemismo…)la messa tutti i giorni, pensano qualche forma di preghiera alternativa, spingendosi verso itinerari di difficile realizzazione nella vita ordinaria (spesso per il controllo dei parroci o di laici superclericalizzati)? Per non parlare delle gite. Lasciatemelo dire in modo esplicito: bisogna per forza andare a Gardaland per fare una gita dell’oratorio feriale con tutti, dalla prima elementare alla quinta superiore, allargata anche a chi non frequenta l’attività???
Mi avvio alla conclusione con un altro tema scottante. Probabilmente ci siamo accorti tutti del fatto che si rimane in oratorio fino a che sei della compagnia, stai con gli amici. Se solo ti capita di avere il ragazzo o la ragazza di un altro ambiente, salta tutto: amici, ritrovo, incontro formativo… Non è certo questo che voglio mettere in discussione, perché fa parte della vita relazionale delle persone quella di ritrovarsi con amici con cui ti trovi bene: mi chiedo solo se sia giusto che una persona (il prete) offra la sua vita al Signore per gestire una struttura frequentata da compagnie di amici, mentre c’è un mondo che per vari motivi ha deciso di non varcare la soglia dell’oratorio che ha la stessa necessità di incontrare il Signore anche attraverso i suoi ministri. E poi, forse, il messaggio del Signore non è quello di costituire compagnie di amici, ma comunità di fratelli!
La difficoltà segnalata in ogni documento,in ogni convegno, in ogni studio a riguardo della proposta pastorale ha un nome preciso: la possibilità di integrazione tra fede e vita. Il problema sembra concentrarsi nella grande fatica a vivere ciò che hai imparato, per la complessità della vita umana, per la non conformità del contenuto di fede al modo di vivere proposto dalla società. Probabilmente è sbagliato il modo di porre la questione. Anzitutto abbiamo visto come la proposta di fede sia confusa con la proposta di frequentazione di un ambiente che molto spesso tende a conservarsi e a riprodurre le stesse proposte di anno in anno. Un appello autentico alla conversione deve parlare alla libertà delle persone, dei giovani, e deve essere preceduto dalla possibilità di incontrare veramente il Signore, soprattutto attraverso la sua Parola, luogo in cui appare il vero ed unico volto di Dio, quello del Padre, dell’Abbà paziente e misericordioso che si prende cura dei suoi figli. E questo deve essere il motore di ogni proposta pastorale, e non può essere confuso con il mantenimento di tradizioni che poco hanno di cristiano e che a nulla servono per la vita delle persone. Dio ci sta a mettersi in gioco e offre tutti i giorni all’uomo la possibilità di metterlo alla prova nelle concrete situazioni della vita: questa è l’integrazione fede-vita, dove i due termini stanno in equilibrio tra di loro, perché mai si può dire di avere conosciuto perfettamente il volto di Dio se non c’è una verifica concreta e mai si può dire di vivere pienamente se non c’è un riferimento concreto e visibile al Signore Gesù.
Dopo tutte queste provocazioni vorrei precisare che ciò che propongo non è l’abolizione dell’oratorio, ma un modo di viverlo diverso da quanto siamo abituati: deve essere luogo di sperimentazioni continue, deve assomigliare ad un laboratorio, dove è chiara la proposta, ovvero l’evangelizzazione, ma dove mille e più sono i modi per viverla; un luogo non solamente fisico, ma soprattutto il nome di una proposta che ha come spazio di azione il territorio, perché il nome di Gesù raggiunga tutti e sia il nome che compie le attese più vere e più nascoste; un luogo dove il prete possa sperimentare la gioia dell’annuncio e possa contagiare altri perché sia di molti questa gioia (questa è autentica pastorale vocazionale).
Chi offre la vita per il vangelo deve essere messo nelle condizioni anzitutto di vivere del vangelo (e non della gestione di una struttura) e poi di testimoniarlo, e la riuscita di questo cammino del prete è compito di tutti: confratelli, comunità cristiana, vescovo.
Pirovano Ottavio Responsabile laico Cooperativa Aquila e Priscilla della diocesi di Milano
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