Responsabili laici dell’oratorio:

un nuovo ruolo per comunità autenticamente cristiane

Atti 13,1 C'erano nella comunità di Antiochia profeti e dottori: Barnaba, Simeone soprannominato Niger, Lucio di Cirène, Manaèn, compagno d'infanzia di Erode tetrarca, e Saulo. 2 Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me Barnaba e Saulo per l'opera alla quale li ho chiamati». 3 Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li accomiatarono. 4 Essi dunque, inviati dallo Spirito Santo, discesero a Selèucia e di qui salparono verso Cipro.

 

Fin dalla sua origine la comunità cristiana è qualcosa di dinamico, è mossa da una forza che non le appartiene, ma che riceve costantemente come dono dall’alto dal Signore, il quale la guida in ogni momento della storia. E il movimento presente nella chiesa è ben raccontato dall’episodio raccontato degli Atti: anzitutto c’è una comunità, composta da persone con carismi differenti, a servizio di tutti, e la comunità ha come riferimento la preghiera, l’invocazione dello Spirito per conoscere la strada da percorrere; una comunità con queste fondamenta, invia persone per il bene di altre comunità e, potremmo dire sulla scorta di quanto raccontato nel prosieguo del testo, capace di privarsi dei pezzi migliori per il bene dell’intera chiesa.

 

-           cosa si trova nell’articolo

L’immagine di chiesa-comuinità presentata dagli Atti, che riprenderò alla fine, è molto bella, è una Buona Notizia in atto e serve per introdurre una riflessione sulla nuova figura pastorale del responsabile laico dell’oratorio a partire dall’esperienza personale e dall’ascolto di altre esperienze di responsabili laici. Sinteticamente, l’articolo ha il seguente sviluppo: una introduzione all’esperienza, intesa soprattutto come professione; l’incontro con le comunità cristiane, a confronto con alcune preoccupazioni teoriche precedenti l’esperienza dei responsabili laici a tempo pieno; la questione centrale, ovvero il rapporto con il ministero ordinato; la crescita della ministerialità laicale, in oratorio e in genere nella pastorale; ripresa dell’immagine di chiesa che deve guidare tutta la riflessione.

 

-         Presentazione dell’esperienza: è una professione, ha un orario, un mansionario, uno stipendio… Questione economica

Fare il responsabile laico (da ora RL) è un lavoro! Lo segnalo con una esclamazione perché è capitato in diverse occasioni di sentire questa domanda: quando non sei in oratorio che lavoro fai? Anche da un particolare si comprende come l’esperienza sia nuova; per molte comunità e per molti “praticanti” forse nemmeno troppo pensata e preparata. Allora è meglio chiarirlo fin da subito: nella diocesi di Milano c’è una esperienza di laici impegnati a tempo pieno nella pastorale, in uno dei luoghi significativi della pastorale milanese, cioè l’oratorio. Se si dice “a tempo pieno”, è ovviamente implicato uno stipendio, un contratto di lavoro e tutto ciò che ne consegue. Se è importante chiarire fin da subito l’aspetto lavorativo e quindi economico, è altrettanto significativo sottolineare come l’inserimento di un RL in un oratorio dovrebbe essere accompagnato da un progetto ben specifico. Dico “dovrebbe” perché capita spesso che tra la domanda iniziale della parrocchia e quello che la diocesi intende offrire non sempre c’è accordo e piena comprensione: ma siamo agli inizi, a volte diventa difficile fare una domanda per un RL se non si conosce bene quale apporto può e deve dare, per il bene suo e della comunità. Siamo ancora nella fase in cui non è semplice dare una indicazione univoca su che cosa deve fare un RL, molto spesso è più semplice spiegare cosa non deve fare, ma dell’attività del RL si occuperà tutto l’articolo.

Parlare di professione significa dire che il RL ha un orario di lavoro giornaliero e settimanale, ha un giorno libero, ha delle ferie, se è sposato e ha dei figli, potrebbe avere dei giorni di malattia per accudire i figli, potrebbe essere in maternità (o in paternità, vista la nuova legge sui congedi parentali): tutte situazioni nuove per una persona che gestisce un oratorio, ma ben comprese da chi lavora ed ha famiglia! Sarebbe bello se tra qualche anno si trovasse un oratorio che ha saputo riscrivere l’orario settimanale adattandolo a quello di una famiglia, perché oggi sembra che le famiglie rincorrano il ritmo incalzante della pastorale che fatica però a rientrare negli schemi famigliari: pensiamo ad esempio alla domenica, alla catechesi dell’iniziazione cristiana tanto per citare alcuni casi.

È immediatamente comprensibile il fatto che un oratorio non può stare in piedi con il solo RL: dal rispetto dell’orario di lavoro del RL, da un lato(se vogliamo è l’aspetto meno decisivo, ma determinante dal punto di vista concreto), e dall’immagine di chiesa, dall’altro (ed è il punto da cui far partire ogni riflessione), deve nascere una comunità concreta di persone che animano la vita dell’oratorio. A questo riguardo, e come conclusione del primo punto, direi che all’interno degli oratori in cui sono presenti i RL si è messa a tema la questione della corresponsabilità, con modalità e tempi diversi, ma in molti casi con l’intento di procedere verso una crescita della comunità cristiana.

 

-         L’impatto con le comunità: quando non ti trovi davanti un prete…; dalla teoria alla pratica, aspetti positivi e problematici

Saranno pronte le comunità cristiane ad accogliere nuove figure pastorali? La domanda da parte di chi guida una diocesi è più che legittima, soprattutto se, guardando in avanti, si intravede un tempo in cui la presenza dei laici a tempo pieno in molti settori della pastorale non sarà solo occasionale ma stabile. È altrettanto vero che molte questioni hanno un impatto imprevedibile con la realtà. È un dato di fatto che la maggior parte delle esperienze di RL della nostra diocesi è positiva, soprattutto per quel che riguarda il rapporto tra RL e persone, sia che si tratti di cristiani impegnati nella comunità che di altre persone che occasionalmente si incontrano. Si può dire che la presenza di RL sia recepita come un elemento positivo dalla gente. La concretezza della vita, soprattutto del mondo di oggi, fa sì che si valuti soprattutto la persona con cui hai a che fare e non tanto il ruolo che ricopre: se da un lato questo può facilitare la presenza di RL, con una responsabilità effettiva, d’altra parte può essere problematico, perché c’è un appiattimento dei ruoli, soprattutto a scapito del ministero ordinato.

Si potrebbe anche evidenziare un altro fatto: chi fa più fatica ad accogliere un RL non sono tanto le persone che vivono marginalmente o non vivono affatto la vita della comunità cristiana, ma quelli che spendono del tempo con dei ruoli ben precisi nella comunità. C’è una dipendenza clericale molto forte nelle nostre comunità, e la presenza del RL è spesso fonte di incomprensione, soprattutto se chiedi ai membri della comunità di prendersi carico di alcune scelte: “l’ha sempre fatto il prete” è la risposta comune. Anche in questo caso sarebbe bello che gli oratori che vedono la presenza dei RL imparino a decidere comunitariamente le  scelte fondamentali della vita dell’oratorio. (Cosa auspicabile per tutti gli oratori e tutte le comunità cristiane, anche quella che vedono la presenza del prete!)

Diventa sempre più apprezzata ed accolta la figura del RL laddove la sua responsabilità tocca aspetti fondamentali della vita dell’oratorio, come la formazione dei catechisti e degli educatori, perché si possono  apprezzare contemporaneamente la preparazione personale, il fondamento spirituale e l’aspetto vocazionale della sua scelta di dedicare tempo alla introduzione alla fede di ragazzi e adolescenti. Per questo motivo è fondamentale che il RL si giochi soprattutto in ambito formativo, e il progetto che lo riguarda deve ruotare attorno a tale aspetto imprescindibile della vita di un oratorio. Sottolineo questo punto perché nei casi in cui al RL sono affidati prevalentemente compiti di animazione dell’oratorio e non formativi, si sono riscontrate difficoltà nel rapporto proprio con le classiche figure educative dell’oratorio, che faticano a comprendere la nuova presenza in oratorio.

 

-         Il nodo centrale: il lavoro con i preti. Équipe o collaboratori del ministero ordinato? Quale corresponsabilità in oratorio e, in genere, nella pastorale? Più presente del prete in oratorio: pro e contro

La questione centrale dell’ingresso di laici a tempo pieno nella pastorale è il rapporto con il ministero ordinato. Premetto che vi sono esperienze differenti a questo riguardo: alcuni RL, impegnati in Unità Pastorali, hanno a che fare con il prete incaricato per la pastorale giovanile; altri RL hanno a che fare solo con parroci e tale esperienza la si può dividere in due tipologie: i parroci che avevano un coadiutore in parrocchia e parroci che, essendo senza coadiutore gestivano anche l’oratorio prima dell’arrivo del RL. Fatta questa premessa, il nodo riguarda la responsabilità affidata al RL, non tanto a livello teorico e teologico (ruolo della presidenza, essenza del ministero ordinato…), quanto a livello pratico e visibile agli occhi della comunità. Detta in altri termini: la parola del RL è autorevole su quali questioni?

Provo però a porre la questione in altri termini, perché se rimane quanto sopra potrebbe sembrare una rivendicazione “sindacale”, mentre ciò che c’è in gioco è molto di più della semplice divisione dei ruoli. C’è in gioco la possibilità che la comunità cristiana sia guidata dallo Spirito e dalla condivisione della responsabilità tra più persone che si confrontano, che pregano e decidono in modo autorevole per il bene della comunità e per l’annuncio della Buona Notizia. Ecco che emerge (almeno a livello teorico e in molti casi anche intenzionale, mentre fatica a concretizzarsi) un luogo in cui le decisioni prendono forma: l’equipe, che non necessariamente deve essere formata solo da chi è a tempo pieno impegnato nella comunità cristiana. Il lavoro in équipe non è solo il luogo delle decisioni, ma deve essere il modello con cui vengono prese tutte le decisioni della vita di una comunità. E non si può non vedere come la presenza di RL spinga fortemente ad avere una equipe di lavoro, necessaria per la differenza dei ministeri (ordinato e battesimale),necessaria perché ogni decisione presa sia ritenuta da tutti autorevole. Chi dei RL ha sperimentato questo lavoro può riconoscere che la sua presenza viene immediatamente investita di autorevolezza, perché si sa che ogni decisione viene presa attorno ad un tavolo a cui sono presenti tutti i responsabili della comunità. Quando salta questo luogo diventa facile che nascano incomprensioni e soprattutto che si cada in una divisione dei ruoli troppo rigida. Non è semplice, lavorare in equipe sembra che porti via tempo, in realtà quello che si perde in tempo lo si guadagna in serenità (a livello personale, e non è poco di questi tempi) e in condivisione perché una vera corresponsabilità , anche tra preti e laici, fa maturare la comunità cristiana: il discernimento comunitario porta frutti spesso insperati, e ciò che si guadagna è uno stile comunitario evangelico.

L’esperienza dei RL, anche nel rapporto con i preti come per le comunità, è determinata dalla conoscenza reciproca: più ci si conosce più si condivide e più cresce la corresponsabilità. È quindi il desiderio di conoscersi anche a livello personale e spirituale che fonda poi il lavoro comune e che fa superare una rigida divisione dei ruoli.

Credo che in questo momento di passaggio vada tenuto sotto osservazione il rischio che il ministero ordinato diventi unicamente ministero del culto: è un rischio che è stato segnalato in più occasioni, anche perché già in atto in alcune parti del mondo. Il lavoro di equipe è certamente un modo per non “relegare” il prete al momento celebrativo, certamente fondante della vita della comunità cristiana, ma che rischia di apparire al di fuori della realtà se quel prete non conosce nulla della comunità e non partecipa della sua vita. Forse si può pensare anche ad un altro ambito in cui investire sulla presenza del ministro ordinato: l’accompagnamento spirituale, soprattutto in ambito giovanile con colloqui personali che possono diventare direzione spirituale. Probabilmente l’agenda del prete, anche del prete dell’oratorio, è piena di incontri che può gestire, per competenze e formazione anche un RL; si potrebbe cambiare agenda al prete, chiedendo che nella nuova siano scritti soprattutto nomi di persone invece che riunioni! Questa sarebbe un esempio molto bello di corresponsabilità, in cui non vengono confusi i ruoli, ma ciascuno mette in gioco il proprio carisma in modo autentico e con una responsabilità effettiva.

 

-        Uno sguardo complementare nella pastorale: quale novità si può portare nella pastorale

Senza enfatizzare quanto dirò e senza rivendicazioni particolari, credo però importante sottolineare un aspetto nel momento della lettura della realtà e quindi del discernimento per approdare a scelte concrete (ma non solo) per la comunità: la differenza di vissuto tra il prete e il RL può portare a riconsiderare alcuni momenti vitali della comunità cristiana. La questione del punto di vista da cui si vedono le diverse vicende della vita quotidiana e il ritmo dell’anno potrebbero portare a riconsiderare cose molto concrete (tipo: orari della messa, momenti di catechesi, periodo dell’oratorio feriale) e momenti di fondo della quotidianità di un giovane (forte legame con la concretezza della vita) in modo differente. Non a caso ho citato alcuni esempi, probabilmente legati a ritmi di vita di qualche decennio fa; la catechesi fatta al termine della scuola per i ragazzi dell’iniziazione cristiana, piuttosto che la messa detta “dei ragazzi” in orari ancora troppo mattutini, sono scelte che risentono più dell’esigenza della pastorale che dei partecipanti; lo stesso per quel che concerne il legame fede-vita, tanto problematizzato dagli studi sulla catechesi: non dipende troppo spesso da una pastorale poco esperta della vita concreta, o forse di una pastorale poco attenta alla vita concreta? Non è certo per la presenza di laici nella pastorale che le cose possono cambiare magicamente, anche perché sono situazioni determinate dalla vita dell’intera comunità. Certo è che se il responsabile di un oratorio è anche sposo/sposa e padre/madre, probabilmente ha più possibilità di trovare elementi nella quotidianità da riportare poi nella vita dell’oratorio e adattare alcune scelte sia dal punto di vista concreto che contenutistico. Non si dovrebbe attendere che dei laici diventino responsabili di comunità per promuovere certi cambiamenti, basterebbe un punto di partenza differente: non tanto le cose che un oratorio deve proporre, ma quale è il punto di incontro tra i vari attori della pastorale (Spirito-clero-popolo di Dio…).

L’ho detto all’inizio di questo paragrafo: la questione fondamentale è quella del punto di vista differente. Se la si percorre seriamente e con intelligenza può essere un’altra strada per non arrivare ad una rigida suddivisione dei ruoli nella comunità cristiana (con il rischio che il ruolo decisionale sia poi sempre del prete), ma ad una valorizzazione del ministero e del carisma di ciascuno.

 

-         La crescita di altri ministeri nella pastorale giovanile e in oratorio, grazie alla presenza dei responsabili laici

È una scommessa, nel senso non solamente ludico del termine: se la presenza di un RL favorisce la presenza di altri ministeri allora la scommessa è vinta e si può intravedere  per quella comunità un cammino di maturità, dove tutti possono sentirsi valorizzati a partire dal carisma battesimale e dalla loro scelta vocazionale. Se invece la presenza del RL provoca un accentramento della responsabilità, se la cerchia di chi decide si restringe in modo evidente, allora la scommessa di una pastorale che non è solo affare del prete ma dell’intera comunità è persa.

Ciò che c’è in gioco è la possibilità che veramente una comunità cristiana sia protagonista della sua vita, che tutta una comunità cristiana si metta in ascolto della Parola e si lasci guidare dallo Spirito. L’ingresso di RL non deve e non può essere letto unicamente nella prospettiva di dover occupare dei posti che prima erano esclusiva dei preti.

Detto in positivo, la presenza del RL dovrebbe suscitare in ogni componente della comunità l’affermazione: “Allora anch’io posso essere responsabile nella mia comunità”. Credo che in molte esperienze milanesi si possa riscontrare un positivo coinvolgimento di altre figure nei momenti gestionali ma anche nei momenti decisionali della vita di un oratorio, a partire proprio dalla presenza di un RL.

 

-         Altri ministeri laicali…

Più che un altro paragrafo, è una prosecuzione del tema precedente. Lo esprimo in questo modo: il RL rischia di perdere la scommessa di cui sopra, se non viene attorniato da altre figure laicali con pari responsabilità. Pian piano negli oratori dove è presente il RL deve crescere una comunità di adulti con cui condividere in pieno la responsabilità dell’oratorio, sia a livello di gestione che di contenuto proprio della comunità cristiana. Ma questo è possibile con una crescita della comunità cristiana, la quale non deve delegare al RL la gestione dell’oratorio, ma anche e soprattutto per le scelte che il RL e l’Equipe di lavoro decidono di mettere in atto a livello di corresponsabilità. Tanto per essere concreti, è auspicabile che ci sia una equipe per l’iniziazione cristiana, una per i cammini dei preadolescenti e così via, formata da persone con la stessa responsabilità, anche se con ruoli differenti, che si prendano a cuore soprattutto gli itinerari di fede delle giovani generazioni.

Se questo è quanto si può chiedere alle singole comunità, perché sia ben valorizzata (e non solo subita) la presenza del RL, credo che a livello diocesano si debbano iniziare sperimentazioni in altri ambiti pastorali con la presenza di laici a tempo pieno, per esempio valorizzando la formazione di molti laici, i quali potrebbero mettere a disposizioni su un territorio più vasto della singola parrocchia, la loro competenza teologica, educativa (si può pensare ad esempio ad una equipe decanale di pastorale giovanile dedita alla proposta di itinerari formativi per catechisti ed educatori, una equipe con la caratteristica di essere a stretto contatto con gli stessi catechisti ed educatori); certamente è auspicabile la presenza di laici a tempo pieno in ambiti come la pastorale (formazione) degli adulti e la pastorale famigliare. Sicuramente scelte di questo tipo aiuterebbero a promuovere una riflessione più ampia sul ruolo dei laici nella pastorale, riflessione che diventerebbe immediatamente dialogo con l’esperienza vissuta, e permetterebbe alle singole figure di laici a tempo pieno di non sentirsi solamente dei “sostituti” ma delle presenze a pieno titolo con delle particolarità importanti per la vita della comunità cristiana.

 

-         L’immagine di chiesa: comunità sinodale, ciò per cui vale la pena di… ma attenti ai luoghi di potere!

È scontato che l’immagine di chiesa che ho “rubato” agli Atti degli apostoli all’inizio dell’articolo mi ha accompagnato per tutto lo scritto. La riprendo ora come conclusione, sottolineando un aspetto che mi colpisce profondamente: la libertà con cui è accolta la voce dello Spirito. Già ho detto all’inizio che la comunità di Antiochia è stata capace di lasciar partire i pezzi migliori della comunità, almeno per quanto conosciamo noi. Il desiderio di quella comunità era semplicemente quello di essere docile allo Spirito. Se mi immagino la vita di quella comunità non deve essere stata molto diversa dalla vita delle nostre: ascolto della Parola, Eucaristia, Carità. In che cosa è modello, per quale motivo è guida del nostro cammino di fede? Perché ha accolto con entusiasmo la Parola, perché non ha seguito criteri umani o di merito per scegliere che doveva guidarla; Antiochia è il luogo in cui per la prima volta i discepoli di Gesù  vengono chiamati cristiani: ciò che mette davanti una comunità è la scelta per il Signore e anche i pagani lo riconoscono. Mettere davanti Gesù significa abitare in una comunità accogliente, una comunità dove ciascuno porta la sua particolarità, una comunità che annuncia nelle parole e nei gesti il perdono, la misericordia di Dio, una comunità che si può abitare veramente come la propria casa, una comunità aperta a tutti e disponibile al dialogo con chi non chiede ancora di farvi parte, ma vuole solo osservare e capirci qualche cosa, una comunità che non teme il confronto perché vive della gioia del Vangelo.

Per concludere, la discussione sulla presenza di laici nella pastorale deve affondare le radici nella questione dell’immagine di chiesa che desideriamo, affinché non si cada nella tentazione, che è di preti e laici, di gestire un posto di potere, in nome del quale si può anche fare del bene, ma che alla fine genera comunità  divise, tristi, che non sanno più dove sta la Buona Notizia.

Ci conceda il Signore di vivere questo momento di transizione non con la paura di chi teme di perdere potere, ma nella certezza che il Suo spirito ci condurrà verso una chiesa ancora capace di indicare la strada del vero Bene.