UNA CHIESA CHE GUARISCE

O UNA CHIESA CHE “AMMALA”?

Tossine e anticorpi nell’esperienza ecclesiale

 

È forse eccessivo parlare di malattia e salute a riguardo dell’esperienza ecclesiale? La metafora medica potrebbe apparire distorcente. Crediamo sia invece pertinente e utile. La chiesa conosce il male, impara a combattere le malattie che insidiano una vita buona e felice, perché conosce dentro di sé il dramma di un corpo malato. Il corpo ecclesiale non è semplicemente un corpo sano che si piega sulle ferite dell’umanità. E anche un corpo malato, porta in sé i segni di un disagio, di una ferita che condivide con il mondo. Per usare una immagine felice e di grande utilizzo, la chiesa è un “guaritore ferito”, può portare parole di guarigione solo in quanto conosce il dramma della sua ferita, in quanto segnata da una grazia che l’ha salvata dal pericolo mortale che minacciava la sua vita. Vorremmo guardare lo stato di salute dell’esperienza ecclesiale a partire dalle sue malattie, dalle sue distorsioni, dalle tossine che ne avvelenano il corpo, dalle sue possibili degenerazioni. Una strada pericolosa ma forse istruttiva: il male riconosciuto può essere combattuto, il male rimosso è operante e vincente. Le malattie che caratterizzano l’esperienza ecclesiale saranno da una parte le stesse che colpiscono l’umanità; ci sono però versioni proprie dei diversi tipi di virus: ogni volta il male si adatta al corpo che colpisce e prende forme proprie. Anche in questo caso vale la pena di non identificare troppo in fretta i disagi come colpe del mondo e del tempo e non invece come difetti propri del corpo ecclesiale.

 

Le tossine della vita ecclesiale

 

1 . L’ossessione dei risultati e l’inseguimento del consenso e della visibilità. Ovvero le logiche economiche come criteri di programmazione

 

C’è stato un periodo in cui parole come programmazione, programma, progetto parevano essere diventate la chiave per risolvere qualunque problema ecclesiale. Cresceva l’affanno, forse più che lo studio, per disegnare strategie, inventare percorsi, stendere piani di battaglia attraverso cui fronteggiare declini e carenze di un’azione pastorale inadeguata e di una prassi inefficace. Grazie a Dio, viene da dire! L’assenza di un piano pastorale serio e di un progetto sensato nella conduzione parrocchiale ed ecclesiale non è certo un merito, e se è vero che il Signore sa fare miracoli con niente, non sembra logico proporre una conduzione approssimativa e una serie di percorsi raffazzonati e casuali come modello e criterio di azione evangelica.

Il punto è un altro, e vale la pena proporlo con un paio di domande. Che cosa ha guidato, o meglio, che cosa guida la programmazione pastorale ed ecclesiastica? Quali logiche, quali criteri sottostanno a scelte e direzioni da intraprendere come chiesa?

Dovendo qui parlare, tenendo fede alla metafora di partenza, di “tossine” della vita ecclesiale, cerchiamo di evidenziare qualche riflessione che metta il dito nella piaga; il che non vuole certo escludere la bontà di molti dei percorsi che hanno accompagnato il cammino di chiesa nel corso di questi anni.

Una prima tossina, un criterio di fondo che probabilmente non ha aiutato una crescita sana della chiesa, è quello dell’ansia — se non dell’ossessione — dei risultati da ottenere. C’è un malinteso di fondo da sciogliere nella prassi pastorale: quello che confonde i risultati ottenuti coi “frutti” di evangelica memoria (da essi si riconosce la bontà dell’albero, ammonisce la Scrittura), o per dirla in altri termini, l’efficienza con l’efficacia. Una certa tendenza a pesare e a misurare, peraltro guardata con ben poca benevolenza dalla Bibbia (dal re Davide a Cesare Augusto), ha pesato e pesa tuttora sulla conduzione parrocchiale. Come se la crescita del tessuto ecclesiale fosse omologabile alle improbabili tabelle-salvezza che gli allenatori di calcio delle squadre in zona retrocessione propongono a beneficio dei quotidiani sportivi o dei tifosi più fiduciosi e accaniti. La natura dei “frutti” evangelici rifugge da calcoli improbabili: la si percepisce più che contarla, la si gusta più che pesarla, la si coglie più che misurarla. L’ossessione dei risultati da ottenere a tutti i costi ha finito soltanto con l’evidenziare il volto di una chiesa che si avvertiva come perdente, e tendeva all’improbabile riconquista del terreno aumentando l’affanno e la fatica anziché comprendere e assecondare i percorsi suggeriti dallo Spirito. Una buona programmazione non è quella che riesce a prevedere tutto e a misurare con la miope soddisfazione del ricco stolto della parabola lucana gli esiti del raccolto, ma quella che si adopera per predisporre gli strumenti adatti a cogliere e far crescere l’azione che lo Spirito incessantemente, e a volte invisibilmente, opera nei singoli e nelle comunità. Vorremmo accennare anche ad una seconda tossina che rischia di ammalare il fragile corpo ecclesiale: quella della ricerca del consenso e della visibilità. Intendiamoci. Non si tratta di coltivare una malintesa (e perversa) logica che parrebbe suggerire l’assioma “nessuno ci vede, nessuno ci stima quindi tutto va bene, di sicuro siamo dalla parte del Vangelo”. La comunità degli Atti godeva di buona stima presso tutto il popolo, il numero di coloro che venivano alla fede aumentava (qualche conto in casa lo facevano pure i primi discepoli…). Il problema è un altro; quello di non rincorrere una logica mondana, estranea al Vangelo e alla prassi di Gesù così come si presenta nei primi due gesti della sua vita pubblica: il battesimo in fila coi peccatori sulle rive del Giordano e il rifiuto del denaro, del potere, del successo come strada di sicura evangelizzazione descritto nel brano delle tentazioni nel deserto. L’evidenza che la chiesa deve proporre non è quella mediatica ma quella evangelica. Il rischio di confondere mezzi e fine è davvero alto, e la posta in gioco non è da poco. Inseguire la visibilità ad ogni costo (“appaio, dunque sono”) e ricercare il consenso facile come criterio di azione pastorale, apre percorsi di sicura involuzione che tra l’altro non vantano neppure il pregio dell’originalità, visto che ripropongono le medesime dinamiche mondane che, almeno in teoria, bisognerebbe imparare a fronteggiare, se non proprio a combattere.

Capita così che anche nella chiesa divenga più importante ciò che si dichiara rispetto a ciò che si fa realmente, che si sia più attenti all’impatto (tele)visivo che alla qualità evangelica della proposta, che diventi “missionaria” qualsiasi forma di presenza, anche la più folkloristica ed estemporanea, senza valutarne la densità simbolica e il reale impatto nella coscienza delle persone, che si confonda il presenzialismo dilagante con la vicinanza alle persone.

 

2.       Pochi ma rissosi: litigiosità e rimozioni dei conflitti

 

Una volta si diceva pochi ma buoni. Sembrava fosse un bel modo per consolarsi, ma non funzionava quasi mai. A parlare così, erano perlopiù personaggi inaciditi dall’abbandono e dalla tristezza, quasi sempre con qualche ruggine da togliere e qualche conto in sospeso, in preda a nostalgie laceranti e inguaribili per i tempi in cui “si stava meglio quando si stava peggio”. In termini più miti e più sani, l’espressione designava qualche assemblea in cui la bontà della convocazione e del ritrovarsi superava di gran lunga l’amarezza dello scoprirsi minoranza declinante o non ancora sufficientemente cresciuta; amarezza che comunque restava, e alla lunga finiva col generare insoddisfazioni e rincrescimenti paralizzanti.

Eravamo pochi, ma almeno eravamo buoni. Più di una volta, però, ci è venuto da pensare che col passare del tempo nel tessuto ecclesiale l’esiguità numerica sia andata rafforzandosi, mentre insensibilmente ma incessantemente la connotazione della bontà del piccolo gregge si sia persa lungo la strada per lasciare spazio ad una recriminazione tra fratelli risentita e stizzosa.

Il problema — raccontava un prete amico amante dei paradossi — non è “perché vengono così in pochi in chiesa”, ma “come mai quelli che vengono continuano ancora a farlo”, visto che l’aria da respirare si è fatta un tantino pesante. Le questioni di fondo slittano in rancori personali, i grandi ideali scivolano su questioni di basso profilo. Non è raro cogliere all’interno del contesto ecclesiale un clima di lite continuo, di accuse reciproche, di assenza di calore.

Due sono sostanzialmente le modalità “malate” di un clima così. La prima è quella a cui si è accennato. Non si tratta di far fronte a scismi o fratture insanabili: piuttosto di sostenere un quotidiano in cui la prassi è quasi sempre quella di agire-contro anziché quella di agire-con. Niente di nuovo sotto il sole: basta pescare a caso nell’epistolario paolino. E triste tuttavia, vedere comunità che mortificano potenzialità enormi in termini di risorse e di persone in ripicche e dispetti continui, che ingigantiscono problemi da nulla, che sembrano ignorare l’arte non diciamo del lavorare insieme, che sarebbe forse chiedere troppo, ma perfino quella del rispetto reciproco, della capacità di stimare il bene altrui e gioirne, del considerare con benevolenza anziché con cipiglio sospettoso le idee, le proposte, le novità da accogliere o le tradizioni da non perdere segnalate dagli “altri”. Per ottenere — risultato minimo, anche se apprezzabile perfino dal punto di vista lessicale — che au­menti nelle comunità cristiane l’uso di “nostro” (possessivo rischioso, ma non privo di affetto), e diminuisca il sospettoso “vostro” o il ben più cupo ed inquietante “loro”, riferito magari a quelli che sono tre panche indietro alla messa della domenica o che non frequentano la stessa commissione parrocchiale, e non già a sconosciuti e “pericolosi” estranei, insensibili a qualunque genere di attività e di proposta.

La seconda modalità malata è sostanzialmente il rovescio della prima. Se da una parte si tende a esasperare conflitti assolutamente inutili aumentando il tasso di rissa, dall’altra, pro bono pacis, si finisce con l’evitare qualsiasi forma di scontro, e persino di confronto, rimandando all’infinito questioni e problemi che richiederebbero, al contrario, di venire alla luce. In un clima “sorrisi e coltelli”, prevale la logica del non muovere nulla, del non affrontare le problematiche, del garantire una parvenza di quiete che finisce col divenire estenuante. Poco a poco le questioni “tabù” aumentano di numero, e si ha la sensazione di addormentarsi serenamente su una polveriera. La rimozione dei problemi non fa crescere il clima di pace in una comunità cristiana: piuttosto crea i presupposti per difficoltà ancora maggiori; la sapienza pastorale non consiste allora nella diplomatica dilazione degli argomenti spinosi, ma nella sapienza che fa comprendere quando e come affrontarli. E prima ancora in un discernimento saggio che permetta di distinguere ciò per cui vale la pena ap­passionarsi e scontrarsi da ciò che va semplicemente lasciato cadere.

 

3.       Dimenticanze che pesano: quelli che si sono perduti

 

Un ultimo sintomo di un corpo malato è l’ossessione di pulizia che espunge ogni parte ferita. Il male è sempre meglio che stia fuori, che sia negli “altri”. Una sorta di puritanesimo che non riconosce come suoi i segni di chi si perde, i pezzi che non ce la fanno, le perdite le­gate ad ogni impresa. Perché ci sono anche questi. E’ meglio espungerli, rimuoverli, dimenticarli. Non è storia solo recente: la chiesa ci ha messo secoli per pensare un cammino penitenziale che permettesse di contenere chi si perde, chi non ce la fa a sostenere una integrità di percorso. L’istinto, infatti è sempre quello di considerare la parte malata come una parte infetta, che può rovinare il resto del corpo. Come i lebbrosi: meglio se stanno fuori, e rientrino solo se interamente guariti. Forme di esclusione per chi si perde si ripetono nella storia della chiesa, e ogni volta occorre che di nuovo si impari che invece questi rimangono figli nostri, dei quali non ci si può dimenticare, parte integrante del corpo che non si può amputare. Probabilmente è tipico delle società legate al sacro: il sacro chiede di essere puri, ogni forma di impurità viene tenuta lontano, espulsa dai confini del vivere comune. La legislazione sulla lebbra è emblematica. Quanto più una comunità si legge come comunità dei puri tanto più tende a lasciare fuori chi si macchia di un errore, di una inadempienza. Questo effetto escludente, tipico di una forma elitaria di società sacra, si amplifica dove l’appartenenza alla comunità religiosa prende connotati civili. L’esemplarità che la religione custodisce in ordine ai valori da trasmettere alle generazioni future, acutizza la tendenza a tenere lontano chi si è macchiato di qualche errore: avrebbe una influenza negativa su tutti gli altri. Chi sono i lebbrosi di oggi? Quali sono le figure scomode che minano l’adeguatezza della comu­nità con i valori che essa vuole rappresentare?

Potremmo forse qui richiamare, emblematicamente, due figure che oggi rappresentano questa fatica a “tenere dentro” chi compie un percorso nel quale ci si perde: i preti che lasciano e i divorziati risposati. Non vogliamo entrare nelle questioni giuridiche, che pure sono importanti. Semplicemente vorremmo dire che sono questioni che meriterebbero una accoglienza diversa, la possibilità, almeno di circolare più liberamente nei discorsi e nelle riflessioni ecclesiali. Sono invece una presenza clandestina. Ci sono, infatti, non sono più fuori, sono parte delle nostre storie di famiglia, ma senza avere un volto pubblico. E meno male che almeno da clandestini ci rimangono. Rendono possibile un incontro che in realtà potrebbe diventare liberante per tutti. Francesco inizia il suo cammino di conversione quando abbraccia un lebbroso, ad imitazione di Gesù. Ci sono abbracci che dovremmo ritrovare e favorire nelle nostre comunità, come percorsi terapeutici anche per i “sani”, anche per coloro che si credono sani e che per questo rischiano di escludersi dall’amore di chi è venuto non per i giusti e per i sani ma per i malati!

Alla fine un corpo malato produce una vita non sana. Ci sono sintomi di superficie — ma non per questo banali — di quando un corpo ecclesiale è malato, porta in se tossine pericolose: la rigidità e la tristezza che a volte abitano i nostri ambienti ecclesiali

 

Gli anticorpi

 

A qualcuno sarà parsa una descrizione troppo cupa, e forse è vero. D’altra parte non è mai bello e piacevole guardare il male in faccia. Neppure fa sempre bene, a volte può deprimere. E infatti spesso è così: l’effetto del male che abita il corpo ecclesiale è una depressione latente ma percepibile. Eppure non è necessariamente questo l’esito, e ad esso non ci si deve affatto rassegnare, anzi. Uno dei compiti non marginali di una comunità è proprio quello di essere comunità che guarisce, che sana le ferite, che trova percorsi di cura e di guarigione.

Questo compito non è estraneo a quello di dire il vangelo, anzi è una parte essenziale dell’opera di evangelizzazione. Essa non passa solo dalla forza esemplare delle comunità. Certo c’è anche questa: gli uomini devono poter vedere i segni di una umanità nuova, di una fraternità alternativa, di bellezza del vivere insieme. Ma all’interno di questa esemplarità ci sta anche proprio la lotta contro il male, la possibilità di guarire, di attraversare la prova della malattia. Perché se gli uomini vedono solo l’esito finale, se vedono solo il carattere compiuto della comunità potrebbero sentirsene esclusi: “non fa per me, non ne sono capace, io ormai sono spacciato”. Lo stesso effetto che fanno le immagini — peraltro false e falsificanti — di un corpo perfetto esibite dalla pubblicità: aumentano la percezione della comune condizione di corpi imperfetti, di esistenze irrimediabilmente tagliate fuori dallo standard esibito. Altro è lo spettacolo che la comunità offre mostrando di sé non solo il bello e il vero che la abita, ma anche le sue ferite e i suoi mali. Di fronte a questa trasparenza di una comunità che si espone anche nelle sue debolezze agli uomini viene offerta una possibilità forse non sperata: “Vedo gli stessi miei mali, le stesse mie ferite; e vedo anche operante la forza di Dio che lotta contro il male, vedo che questo male non esclude ma apre alla misericordia del Padre; allora c’è davvero una possibilità per tutti, anche per me”.

Una chiesa che mostra le sue ferite, che non nasconde i suoi mali, mostra anche nello stesso tempo, la tenacia con cui lotta contro il male, la capacità di non rassegnarsi, il desiderio di guarire, riscattato ogni volta dalla Parola, la forza sanante del perdono. Insieme alle tossine essa scopre gli anticorpi che nel vangelo stesso sa di poter sempre trovare.

 

La grazia dell’ascolto, la terapia della Parola

 

Il primo anticorpo è l’ascolto di una Parola che ci precede e che ci plasma. All’inizio non ci sono io, neppure il mio male, neppure il male che vedo nell’atro. Al principio c’è una grazia concessa gratuitamente. Nessun merito, nessuna pretesa. Si comincia dall’umiltà di ascoltare sempre da capo, che significa anche dall’umiltà di tacere, di non lasciare che le parole del male sovrastino le parole della grazia. Non è sempre facile, perché a volte il grido che fuoriesce dalle ferite sovrasta ogni altra parola. Ma allora sarebbe davvero la fine: quando il dolore impedisce di ascoltare l’altro, di sentire anche il dolore dell’altro, le sue ragioni e i suoi mali. Ma soprattutto quando il male impedisce di rimettersi in ascolto delle parole originarie che ci hanno plasmati, della chiamata che sta al principio.

Ci sono momenti nei quali dobbiamo sottoporci alla “terapia della Parola”, come la chiamava il Cardinal Martini, quella terapia che ricostruisce il tessuto connettivo della fraternità. In alcuni momenti bisogna ta­cere, non parlare troppo di temi che potrebbero ferire e lacerare, e insieme mettersi tutti in ascolto di una Parola più grande, che per questo è capace di tenerci insieme anche mentre siamo divisi e lacerati. Già non far dilagare parole che fanno male fa bene, far circolare una Parola buona che tolga spazio alle parole cattive è già un unguento benefico.

 

Il perdono e i conflitti

 

La parola di guarigione trova un momento fondamentale nei percorsi che portano al perdono. Non come composizione magica dei conflitti e delle diversità, ma come indicazione di una meta che diventa un faro, che attira a sé e per questo tiene insieme anche quando ci si trova lontani. Alla fine questo è quello che si deve più di tutto imparare per lottare contro il male che è dentro la comunità: chiedere perdono e perdonare, ricevere e dare il perdono che viene dal Padre, far circolare una parola di benedizione che vinca la parola amara che maledice. Se questo è il polo attrattivo di un cammino che guarisce, ci sono poi passi intermedi, percorsi di avvicinamento, di allenamento quotidiano ad un perdono che guarisce. E l’arte di ricucire, di restaurare ciò che si rompe, di ricomporre, di ricominciare, di cercare nuove accordature. Lavoro mai finito e per questo sempre possibile.

Se accettiamo che nella comunità ci siano conflitti e divisioni, non è per rassegnazione nei confronti del male; anzi è per poter dire: “Ora siamo distanti, va bene, ora non possiamo avvicinarci più di così: ma rimane un legame, pur nella distanza, e ti accetto anche se in una relazione irriconciliata” Questa distanza accettata diventa il luogo dove imparo a cercare nuovi accordi. E questa necessità di contrattare sempre da capo le forme della distanza e della vicinanza vale anche per le relazioni buone: anch’esse non sono mai definitive e chiedono di essere sempre di nuovo custodite.

 

La fragilità e la povertà  come risorse. La forza dei legami

 

Una comunità così è una comunità più fragile e più povera, ma per questo più vera. “Dio ci ha scelti a motivo della nostra debolezza e, molto in concreto, per così dire, a causa del nostro punto debole, della nostra vulnerabilità più profonda, per guarirla con la sua potenza e farne una pietra angolare, il fondamento della sua chiesa. ( . . .) Per questo è anche così importante non cercare di attenuare la nostra debolezza di fronte ai fratelli. Essi possono imparare qualcosa dalla nostra piccolezza. Non tutte, ma almeno alcune delle nostre diffi­coltà dobbiamo poterle condividere con loro. Non dobbiamo nasconderci. Non dobbiamo aver paura di perdere la faccia” (A. Louf).

La fraternità si fonda sulla condivisione della fragilità; essa diventa una ragione profonda di unione, più ancora che la forza e la ricchezza delle nostre risorse. Unirsi nel nome della forza e della ricchezza crea delle alleanze di interesse. Essere radunati per la comune condizione di uomini e donne salvati e graziati, perdonati e redenti, raccolti nelle proprie fragilità, crea legami più forti e profondi. Condividere le fragilità ci porta ad una conoscenza più vera, più autentica; basata sulla misericordia e non sulla competizione. E anzi l’unico modo possibile per sopportare le nostre fragilità: che esse siano portate da altri — come noi portiamo le loro — per conoscere la verità della promessa iscritta nel comando: “Sopportatevi gli uni gli altri”.

 

Guariti da un Vangelo che ci insegue

 

Entrare nella stanza di un malato non è mai cosa sem­plice. Si incrociano gli imbarazzi, a volte si fatica a tro­vare un linguaggio comune. Qualche volta parlare del male nella chiesa fa male, è solo uno sfogo che non aiuta nessuno. Se abbiamo corso il rischio di farlo, è per riascoltare da capo la parola del vangelo che ci raggiunge e ci guarisce. La chiesa malata ha bisogno di una parola così, delicata e forte:

 

Ma si è già nel Vangelo quando non se ne può più uscire:

e vi si è ancora quando, stanati dalla mura della sua Chiesa per impossibilità di restarvi, allora il Vangelo ci insegue come il veltro la preda agognata.

 (C. Batocchi)

 

 

don Antonio Torresin – don Davide Caldirola

Ambrosius  3\2004  pp. 325-326