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«Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi…» (Lc 22,15)
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Conversazione del Vicario generale della Diocesi di Milano con i presbiteri nelle sette zone pastorali (anno pastorale 2004-2005)
Ho pensato di impostare questa conversazione – perché vorrei che il momento che stiamo vivendo fosse effettivamente un’occasione di dialogo – facendo riferimento all’Eucaristia, tema che quest’anno siamo chiamati particolarmente a sottolineare, sia all’interno del percorso pastorale della nostra diocesi, sia nel contesto ecclesiale italiano (caratterizzato dal congresso eucaristico di Bari), sia, infine, con riferimento all’intera Chiesa dal momento che il Papa ci ha chiesto di vivere un anno eucaristico.
Ci fa da guida il racconto dell’ultima cena di Luca, che abbiamo ora ascoltato (Lc 22, 7-34), e che vorrei tenere come riferimento per la nostra meditatio. Perché Luca? Per la sua vicinanza, in particolare nel racconto dell’istituzione dell’Eucaristia e della passione, non solo con gli altri due sinottici, ma anche con Giovanni e con Paolo. Attraverso Luca, quindi, è possibile recuperare e sottolineare anche temi cari a Giovanni e a Paolo, accanto a quelli trattati da Marco e Matteo.
1. Il desiderio ardente del Regno
«Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché vi dico non la mangerò più finché essa non si compia nel Regno di Dio … da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il Regno di Dio» (vv. 15.18). Solo Luca registra questo desiderio ardente di Gesù di celebrare l’ultima volta la Pasqua con i suoi discepoli: l’ultima volta prima della Pasqua definitiva nel Regno. La tensione verso il Regno è insita nell’Eucaristia. Non per niente Paolo conclude il racconto della «notte in cui veniva tradito» di 1Cor 11 con l’annotazione: «Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga» (v. 26). Ogni volta che celebriamo l’Eucaristia diciamo tutta la nostra attesa del Signore, dello Sposo che deve venire. Sentiamo dentro di noi lo Spirito che si unisce alla Sposa per dire «vieni, Signore, Gesù!» (Ap 22,17.20). Qualche volta la tensione che abbiamo nel cuore verso il Signore, l’attesa di Lui è così forte che sperimentiamo come estremamente vere per noi le parole di Ignazio di Antiochia: «un’acqua viva mormora dentro di me e mi dice: “vieni al Padre”» e aggiunge «se qualcuno l’ha in sé, comprenda quanto desidero» (Ai Romani, VI-VII). Se non fosse per l’oscuro mistero della morte che ci sgomenta e ci spaventa, il nostro cuore sarebbe già di là col Signore… Vorremmo essere già seduti alla mensa del Regno del Signore, di quel Regno che, abbiamo sentito dalle parole stesse di Gesù (v. 29), Egli ci prepara.
Siamo chiamati per noi e per gli altri a vegliare nell’attesa, come sentinelle. È faticoso vegliare, attendere nella notte. Provate a fare una notte di veglia, in preghiera. Qualche volta si va in crisi fin dall’inizio, assale subito il dubbio che forse abbiamo sbagliato tutto, che stiamo pretendendo troppo da noi stessi, o che forse stiamo solo provando le nostre forze in un’inutile esibizione di orgoglio, che c’è forse qualcosa di più sensato e di più umano da fare, … A volte la tentazione assale più tardi, perché si è ormai stanchi, sembra di ripetere sempre le stesse cose, e in fondo si è già dato abbastanza, ... ma il momento più duro è verso le tre, le quattro, quando il mattino dovrebbe arrivare e non arriva e ti chiedi chi te lo ha fatto fare, e hai non solo un gran sonno, ma una noia e un disgusto profondi e ti viene addosso un gran freddo, e devi stare in ginocchio o camminare continuamente per non addormentarti… Ma anche quando finalmente le prime luci dell’alba si accendono all’orizzonte, c’è la tentazione di credere che tutto sia stato inutile. Se non ci fosse il Signore a sostenerci nella nostra notte, nella nostra vita da preti, non ce la faremmo mai, cederemmo tutti chi nei primi anni, chi nella maturità, chi più avanti, chi all’ultimo. E non c’è solo il venire meno nel celibato come modo di cedere… o di voltarsi indietro pur avendo messo mano all’aratro (Mt 9, 62) E il bello è che noi – così deboli – dobbiamo vegliare anche per gli altri: «Figlio dell'uomo, ti ho posto per sentinella alla casa d'Israele» (Ez 3, 16). «Sentinella, quanto resta della notte? Sentinella, quanto resta della notte?» (Is 21, 11) ci chiedono a volte esplicitamente, più spesso in modo tacito ma non meno vero tante persone che ogni giorno incontriamo.
Che cosa sostiene la nostra attesa? Anzitutto il mangiare e bere il corpo e il sangue del Signore, nutrirci di Lui, della sua Parola. Nutrirci ogni giorno – il pane quotidiano – senza la preoccupazione di fare scorte (come molti Israeliti tentarono con la manna: Es 16, 15-30), senza avere la pretesa di conoscere già il cammino da affrontare, come per Elia («“Alzati e mangia!”. Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d'acqua. Mangiò e bevve, quindi tornò a coricarsi. Venne di nuovo l'angelo del Signore, lo toccò e gli disse: “Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino”. Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l'Oreb» (1 Re 19, 6-8).
E poi vedere, vedere i segni del Regno, vedere la fidanzata che si sta preparando per le nozze con lo Sposo (Ap 21, 9), vedere il Signore che ci assiste al di là dell’apparenza in ogni circostanza (c’è un episodio curioso, ma molto significativo nella vicenda del profeta Eliseo, quando gli Aramei vengono a catturarlo per impedirgli di predire in anticipo al re di Israele dove le loro bande avrebbero attaccato: «Il giorno dopo, l'uomo di Dio, alzatosi di buon mattino, uscì. Ecco, un esercito circondava la città con cavalli e carri. Il suo servo disse: “Ohimè, mio signore, come faremo?”. Quegli rispose: “Non temere, perché i nostri sono più numerosi dei loro”. Eliseo pregò così: “Signore, apri i suoi occhi; egli veda”. Il Signore aprì gli occhi del servo, che vide. Ecco, il monte era pieno di cavalli e di carri di fuoco intorno a Eliseo»: 2 Re 6, 15-18. Che anche a noi il Signore apra gli occhi!). Occorre contemplare il Regno che viene nel dispiegarsi del disegno di salvezza del Signore nel tempo e nello spazio. Questa contemplazione che allarga gli orizzonti fa molto bene, dà respiro, aiuta a non lasciarci soffocare da situazioni di nebbia, di stanchezza, di palude, di demotivazione. Ma occorre contemplare il Regno anche nella piccola realtà che ci è affidata qui e ora nel disegno provvidenziale di Dio. Vedere lo Spirito all’opera nel cuore delle persone – e la confessione e la direzione spirituale ci aiutano molto in questo –, nella sorpresa di scoprire quanta gente ancora prega, quanta gente cerca di vivere rettamente, nella gioia di incontrare generosità inaspettate, slanci e iniziative d’amore, …
Infine la nostra attesa è sostenuta dalla fraternità nella fede. Penso che ognuno di noi nei momenti di buio e di incertezza abbia sperimentato quanto è importante una parola, un gesto di interessamento, anche solo la testimonianza di fede: se quel prete (o anche quel laico) che stimo, che mi è fratello, crede e vive il Vangelo, allora il Vangelo è vero, allora anch’io posso crederlo e posso viverlo (mi ricordo come mi ha aiutato in certi momenti di oscurità da giovane prete l’aver pensato al Card. Martini e essermi detto non se il mio Arcivescovo ci crede ci posso credere anch’io, ma se un uomo così intelligente, così umanamente ricco, così saggio ci crede e vive il Vangelo, allora posso farlo anch’io… o anche come ora mi aiuta quando sono stanco e affannato – se posso fare una confidenza di oggi – vedere ogni mattina quando lo incontro la serenità del nostro Arcivescovo nell’affrontare anche situazioni complesse, impegni molteplici e incontri che si susseguono ininterrottamente).
2. L’Eucaristia mette a nudo quello che siamo
Un secondo aspetto che colpisce nel racconto di Luca dell’ultima cena è il fatto che proprio di fronte all’Eucaristia emergono con crudezza il tradimento, il rinnegamento, la ricerca del primo posto e, di conseguenza, le divisioni nella comunità. L’Eucaristia non è qualcosa di sbiadito, di insignificante, di ripetitivo… tutt’altro. Ci mette a nudo, come la Parola che penetra nelle giunture, tra ossa e ossa, tra emozione ed emozione, tra pensiero e pensiero e rivela il nostro cuore (Ebrei 4, 12; Ap 1, 16).
Nell’Eucaristia emerge la nostra possibilità di tradimento: è una possibilità molto reale. Entra in gioco il mistero della libertà e del male (dice Luca: «Allora satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era nel numero dei Dodici»: v. 3). Colpisce, ogni volta che si legge l’elenco degli Apostoli o si cita Giuda nel Nuovo Testamento, l’annotazione che accompagna il suo nome: «quello che poi lo tradì» (Mc 3, 19).
L’Eucaristia poi, come è avvenuto per Pietro, mette allo scoperto tutta la nostra generosità – autentica, vera, spesso entusiasta, … – ma insieme tutta la nostra velleità, il nostro inguaribile sentirci migliori degli altri: «Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte» (v. 33; cf «Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai»: Mt 26, 33). Colpisce in Luca il fatto che il preannuncio del tradimento di Pietro sia preceduto dall’assicurazione della preghiera di Gesù: «Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli» (vv. 31-32). Per cosa prega Gesù? Non perché Pietro (chiamato Simone con il nome che indica la sua umanità…) non cada, ma perché non venga meno la sua fede e, una volta ravveduto, possa confermare i fratelli. Pietro rinnega come Giuda tradisce, ma non perde la fede nel Signore, i suoi occhi incrociano lo sguardo del Signore e si pente (è un particolare di Luca: Pietro prende coscienza del rinnegamento quando incontra gli occhi di Gesù, più che ascoltando il gallo cantare: Lc 22, 61-62). Sembra che si possa dire che in chi deve confermare i fratelli sia inevitabile se non il peccato, almeno la fragilità, la debolezza, lo sperimentare giorno per giorno di essere vasi di creta (2Cor 4, 7). È affondando ripetutamente come Pietro (Mt 14, 30) che si impara non a stare a galla da soli, ma a prendere il largo sulla sua parola (Lc 5, 40) e a portare al largo anche gli altri. «Nella vita di ogni prete c’è certamente qualcosa da cui con insistenza egli chiede a Dio di essere liberato: “Signore, toglimi questo! Anche per te sarà meglio, perché, così, potrò servirti più efficacemente, potrò portare più frutto”. Ma Dio risponde: “Tu non mi servirai meglio se ti toglierò quella cosa. Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (cf 2 Cor 12, 9)»: così scriveva qualche anno fa il Card. Godfried Danneels, arcivescovo di Bruxelles ai suoi preti (Messaggeri della gioia, 1990), riprendendo l’esperienza di Paolo e, penso, quella di ciascuno di noi.
L’Eucaristia mette a nudo anche la competizione nella Chiesa. È impressionante come sempre abbiamo bisogno di fare classifiche, di confrontarci, di essere i primi almeno in qualcosa, … Sembra stridente il fatto che Luca collochi questa discussione nell’ultima cena. Ma è in coerenza con Paolo che deve constatare fin dall’inizio che l’Eucaristia è occasione di divisioni, di esibizioni, di umiliazioni: così è l’esperienza della comunità di Corinto (1Cor 11, 17-34: «E mentre vi do queste istruzioni, non posso lodarvi per il fatto che le vostre riunioni non si svolgono per il meglio, ma per il peggio. Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo»: vv. 17-18). La storia, ma anche la vita quotidiana della Chiesa, ci conferma come attorno all’altare si consumano molto spesso invidie, rincorse ai primi posti, accaparramenti di funzioni. E non importa se lo si fa da chierichetti, da voce-guida o da preti… Ed è anche divertente vedere l’ingenuità e l’infantilismo con cui si aspira a “qualcosa di rosso”, o ci si appella a giustificazioni ridicole – “la gente vuole così, non è per me, anzi, ma per la funzione e la dignità che rivesto, …” – per farsi chiamare “benefattori” o qualcos’altro che finisce in “…ori”, per finire su qualche lapide, su qualche affresco o vetrata. Si tratta di atteggiamenti che per la loro goffaggine hanno almeno il pregio di uscire allo scoperto, ma il Signore sa che l’orgoglio è il peccato più profondo e nascosto che abbiamo e deve fare una gran fatica per liberarcene («Anche dall'orgoglio salva il tuo servo perché su di me non abbia potere; allora sarò irreprensibile, sarò puro dal grande peccato»: Sal 18, 14).
Eppure, a questa gente che discute circa i primi posti, Gesù dice: «Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io preparo per voi un Regno, come il Padre l'ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio Regno e siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele» (vv. 28-30). Non è una contraddizione: il nostro peccato, la nostra miseria, il nostro ridicolo orgoglio, convivono con una reale dedizione al Signore, con una reale perseveranza – per grazia – che ci fa rialzare ogni volta dal nostro peccato e ci fa continuare sulla strada del nostro servizio. Ogni volta che ci guardiamo e guardiamo un altro prete per prima cosa dovremmo restare attoniti e silenziosi davanti al mistero della chiamata del Signore: dentro la mia/la sua debolezza, il mio/il suo peccato c’è il consacrato del Signore, un cuore dove lo Spirito ha posto la sua dimora, un cuore guidato dalla passione per il Regno. La meraviglia e la contemplazione sono il fondamento di ogni fraternità sacerdotale, che inizia appunto dalla commozione, dalla gioia, dal ringraziamento come ci si commuove e si gioisce il giorno dell’ordinazione di un nuovo presbitero. 3. L’Eucaristia e il servire
Gesù non si spaventa del nostro orgoglio, della nostra voglia di essere i più grandi. Nel suo amore mette a servizio del Regno persino anche il nostro orgoglio. Impressiona il fatto che a Pietro dopo la risurrezione (Gv 21, 15-19) chieda: «Simone di Giovanni [Simone e non Pietro: anche qui la sua umanità], mi ami tu più di costoro?». Cioè mi vuoi bene con tutto te stesso, anche con la parte di te che ti vuole il più grande, che ti faceva apparire così sicuro di non rinnegarmi? Ma anche nel brano di Luca che stiamo meditando Gesù non nega per sé il desiderio degli Apostoli di essere i più grandi. Non dice: vergogna, litigate su chi è il più grande! Semplicemente dice: vuoi essere il più grande? D’accordo, diventa piccolo e servi. Diventa servo come me, perché «io sto in mezzo a voi come colui che serve…». Anche in questo passaggio Luca è molto vicino a Giovanni, che non riporta l’istituzione dell’Eucaristia ma la lavanda dei piedi. Colpisce il coraggio di Giovanni di tralasciare nel suo Vangelo ciò che fin dall’inizio era diventato qualcosa di fondamentale per la comunità cristiana e di mettere al posto dell’Eucaristia il gesto di Gesù: un gesto insieme banale e solenne (basta leggere l’introduzione di Giovanni 13: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine… Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita…»). Un gesto – e questo ci sconvolge ancora di più – che anticipa il Regno dove il Signore ci farà mettere a tavola e passerà a servirci («Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli»: Lc 12, 37). Lasciarci servire dal Signore, lasciare che sia lui a fare qualcosa per noi e non viceversa. Poi essere segno di lui imparando a nostra volta a servire.
Che cosa vuol dire servire per noi preti nel contesto di oggi? Tento di proporre alcune indicazioni. La prima è quella di accogliere e vivere la grazia che ci è data nelle diverse stagioni della vita del presbitero evitando nel contempo i blocchi che insidiano la libertà della nostra dedicazione al Signore e alla sua Chiesa. Rinvio – e invito a rileggere – a quanto il nostro Arcivescovo ha detto a conclusione dell’omelia nella Messa crismale del giovedì santo 2004 (Per una coscienza missionaria del presbitero oggi). Molto sinteticamente e schematicamente si può dire che la grazia dei primi anni consiste nella freschezza, nell’entusiasmo, nella voglia di fare, nella capacità di sintonia con il mondo dei giovani, ecc.; i blocchi possono essere l’immaturità affettiva, il rifugio in forme di clericalismo, la ricerca di delineare percorsi propri particolari e appaganti puntando sullo studio, su iniziative caritative, su incarichi speciali (a questo proposito: è giusto che ognuno si metta a servizio del Signore e della Chiesa con i propri carismi, da discernere e da verificare con tutta la pazienza e il tempo necessari, ed è giusto che il Vescovo ne tenga conto, ma … la nostra Chiesa ha bisogno ancora di preti “normali”, di coadiutori “normali”, di parroci “normali”, senza titoli, diplomi o specializzazioni..., ma con la voglia di dedicarsi semplicemente al popolo di Dio nell’obbedienza al Vescovo). Gli anni della maturità hanno la grazia di una dedizione più decisa, più responsabile, ma portano il rischio del chiudersi nella propria realtà, nei propri schemi, di abbassare a nostra misura le esigenze del Regno, di una sostanziale indisponibilità a cambiare e a mettersi in discussione. Infine i preti ultrasettantenni hanno la grazia di una saggezza, di una pienezza e, insieme, di una raggiunta essenzialità, ma rischiano di identificare il loro essere preti con un ministero che è stato loro affidato e che è giusto a un certo punto lasciare ad altri con la pace e la serenità di chi sa di avere servito; oppure rischiano di chiudere prima del tempo il loro essere a servizio della Chiesa, mentre non si smette mai di essere preti e di servire compatibilmente con le proprie forze in una nuova situazione ministeriale che è una vera e propria destinazione.
Una seconda indicazione consiste nel richiamarci a mantenere sempre aperta una reale disponibilità a servire la Chiesa – questa Chiesa di Milano – in tutta la sua estensione e in tutti i ministeri previsti. In concreto, anche lontano da casa o dai luoghi dove finora si è stati, anche facendo – se ci viene chiesto e c’è bisogno – i secondi coadiutori o i vicari delle unità cittadine, i cappellani di ospedale o di case di riposo, gli incaricati di particolari ministeri.
Una terza indicazione nella linea del servire è quella di una generosa e paziente disponibilità al cammino diocesano, alle scelte pastorali del Vescovo. Da vivere, certo, giocando fino in fondo la propria genialità, i propri doni e contribuendo all’elaborazione e alla verifica di queste scelte…: quindi non da ligi esecutori o da freddi funzionari, tutt’altro! Evitando, però, personalismi, inutili originalità, impostazioni autoreferenziali. Su questa linea, un’ultima annotazione sul servire consiste nel richiamo alla consapevolezza che dobbiamo sempre avere di essere appunto al servizio di una comunità, non padroni di essa, non identificandola a noi. Osservate anche solo il nostro linguaggio corrente, quando parliamo in prima persona di quello che invece dovrebbe avere come soggetto – e non solo formalmente – il “noi” della comunità cristiana.
4. L’Eucaristia in un contesto di lotta
Riprendendo e concludendo la nostra lettura dell’ultima cena in Luca, resta da accennare alla cornice del brano che stiamo meditando: i versetti che lo precedono e quelli che lo seguono. I primi sei versetti del capitolo 22 presentano il complotto contro Gesù, l’accordo tra Giuda – in cui è entrato satana – e i sommi sacerdoti e gli scribi. I secondi, i versetti 35-38, presentano le istruzioni di Gesù per i giorni della lotta, istruzioni esplicitamente differenti da quelli dei giorni della missione: «“Quando vi ho mandato senza borsa, né bisaccia, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?”. Risposero: “Nulla”. Ed egli soggiunse: “Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo termine”» (vv. 35-37). La vita cristiana, ma anche la vita tout court, si svolge in un contesto difficile, spesso caratterizzato da incomprensioni, disagi, sofferenze, fatiche.
Non so se il periodo in cui viviamo sia più facile o più difficile di altri. So che da quando ho memoria – facciamo da poco meno di 40 anni… – ho sempre sentito dire che si vive un periodo di crisi. Forse c’è un po’ di autocompiangimento insito in noi e nella Chiesa… Comunque senza entrare in difficili confronti con le diverse epoche della storia e cercando di avere sempre una visione che vada al di là del nostro piccolo particolare – visione che ci può far relativizzare molte cose e anche dare un po’ di speranza – dobbiamo comunque vivere con pazienza, responsabilità e, perché no, anche con gioia, questo periodo che il Signore ci dona di trascorrere e che affida alla nostra responsabilità.
Non è questa la sede per fare anche solo un’analisi iniziale e veloce di ciò che caratterizza questi nostri anni e delle sfide che ci attendono come Chiesa e come presbiteri. Mi limito ad accennare al tema della diminuzione del clero che può – sottolineo il “può” perché la cosa non è scontata – provvidenzialmente intrecciarsi con la crescente consapevolezza della necessità di una pastorale d’insieme o integrata. È facile dire che cosa si deve evitare. Anzitutto la politica della sostituzione dei preti “uno a uno”, magari inventando qualche alchimia, qualche trucco … per utilizzare la stessa carta (lo stesso prete…) su più tavoli… Qualche volta ciò sarà ancora inevitabile, ma occorre avere la consapevolezza della provvisorietà e della fragilità di queste scelte.
Occorre anche evitare la politica del semplice rinvio. Anche qui a volte sarà ancora inevitabile. Il rinvio, però, può essere vissuto come un rimandare al dopo il problema senza avviarne la soluzione, e quindi come minimo lasciandolo intatto se non aggravato e incancrenito…, o come tempo prezioso per fare i passi necessari nel rispetto del cammino delle comunità e delle persone (penso in concreto ad esempio – ma non è l’unica situazione di “rinvio” – al differimento dell’accettazione delle dimissioni dei parroci settantacinquenni: se è solo lasciarli sul posto un anno in più senza preparare la comunità a un cambio, senza delineare per loro nuove possibilità ministeriali e una dignitosa sistemazione, ecc. serve davvero a poco).
Anche l’improvvisazione non paga: soluzioni affrettate, piovute dall’alto, nate per caso e non preparate dalle comunità e dai loro pastori con cammini di condivisione e tappe di maturazione, funzionano a volte solo perché c’è la provvidenza e perché c’è la pazienza del popolo di Dio… La preparazione, il coinvolgimento delle comunità e di chi ne ha la responsabilità in loco (parroci, decano, presbiterio parrocchiale e decanale, vicario episcopale, consigli pastorali parrocchiali e di decanato) non solo è ecclesialmente doveroso, ma è inevitabile in una diocesi vasta e differenziata come la nostra.
Quindi, coraggio: occorre mettersi al lavoro con saggezza e intraprendenza e con la libertà di chi contribuisce a trovare e a preparare nuove soluzioni sapendo anche che queste potranno comportare la sua disponibilità a lasciare il posto ad altri. Ben sapendo che «chi possiede la sposa è lo sposo; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo» (Gv 3, 29).
Che nei diversi passaggi del nostro ministero a favore della Chiesa e soprattutto al termine del nostro servizio il Signore ci conceda di dire a nostra volta con Giovanni: «Ora questa mia gioia è compiuta» (Gv 3, 29). Sarà allora il tempo in cui non ci sarà più l’Eucaristia perché berremo con il Signore il nuovo frutto della vite alla mensa del Regno di Dio (Lc 22, 18).
+ Carlo R. M. Redaelli
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